Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post

giovedì 12 dicembre 2013

Ex Drummer.

Tre musicisti punk disabili di Ostenda (Belgio) sono alla ricerca di un batterista; per entrare nella band è necessario però avere un handicap: quello del nuovo membro è il non aver mai suonato una batteria.
Nascono in questo modo i "The Feminists". La prima volta che vidi questo film pensai subito ad una cosa: o il regista fiammingo Koen Mortier era riuscito a scovare un manipolo di fantastici attori (incredibilmente) ancora sconosciuti, oppure aveva condensato nella pellicola un branco di punk ritardati, tossici e fuori di testa, ignari della presenza delle telecamere. Tra i film indipendenti migliori del nuovo millennio, una colonna sonora unica (Lighting Bolt, Isis, Mogwai, Funeral dress ed altri) che esplode in un tripudio di concerti punk, sudicio, grottesco, disagio e sangue. Rivedendone qualche scena di recente, mi è subito balzata alla mente la sfrontata e agognata bellezza di cui si pervadono i 114 minuti di 'sporca' pellicola.

vF

domenica 27 ottobre 2013

Suspiria.

"Suspiria" (1977), pellicola simbolo del passaggio completo di Dario Argento all'horror movie.
Dopo il primo assaggio di genere con il supremo "Profondo Rosso" (ancora debitore nelle tinte thriller alla "trilogia degli animali"), il regista romano firma il suo capolavoro e vede aperte le porte della famainternazionale, con un incredibile e meritato successo negli Stati Uniti ed in Giappone. Un ruolo fondamentale e vincente spetta alla fotografia; l'uso smodato di luci ad arco e lenti anamorfiche dona un clima surreale alla pellicola, caratterizzata da una straniante distribuzione visiva del colore nelle riprese, inzuppate in una profondità di campo onirica.
La colonna sonora dei Goblin diventa ancora più trainante rispetto a "Profondo Rosso", con un alternarsi dei silenzi magistrale: il vero asso nella manica del film. Guardare "Suspiria" armati di buone cuffie può diventare un'esperienza traumatica ma obbligatoria.

vF

mercoledì 16 ottobre 2013

'novecento

"Novecento" di Bernardo Bertolucci mi ha sempre lasciato l'amaro in bocca. È indubbiamente un capolavoro del cinema nostrano, ed una pellicola di oggettivo respiro internazionale (nel cast presenti anche Robert De Niro, Donald Sutherland, Gerard Depardieu e Burt Lancaster), ma la sensazione di estrema faziosità che pervade buona parte del film mi ha sempre infastidito. Il manicheismo di "Novecento" è semplicistico e riuscirebbe a far storcere il naso anche al Marxista più convinto. La contrapposizione tra i fascisti "supercattivi assassini senz'anima" ed i comunisti "angeli del paradiso puri ed infallibili" rovina ed appanna il film; non certo per fini ideologici, ma per mancanza di polso storico ed umano. Dimenticando un'Italia che ha in gran parte approvato il fascismo battendosi il pugno sul petto fino all'alba del tonfo finale. Restano però, sullo sfondo, una grande storia e le grandi scene di vita contadina, tra le più calzanti e significative del cinema italiano.

vF




martedì 24 settembre 2013

Davide Manuli, 'Beket' a Grottammare.

Prosegue la diciannovesima stagione di proposte culturali organizzata


di Grottammare si intitola:

'LA GRANDE INCERTEZZA
 – Intelligenza e decadenza
 tra offese e voglia 
di ripartire'. 

Martedì 24 settembre alle ore 21.15 presso la Sala Kursaal di Grottammare, ci sarà la proiezione del film “Beket” di Davide Manuli.
Ispirato a Aspettando Godot, la pellicola narra di Freak e Jajà che si trovano in una terra di nessuno, senza data né tempo, e intraprendono un viaggio in cui incontreranno una serie di stravaganti personaggi. Solo 13 giorni di set, bianco e nero e fotografia da manuale, un road movie a passo d’uomo tra mariachi, Adamo ed Eva e gli agenti 06 e 08 (Fabrizio Gifuni e Paolo Rossi), jolly che sovvertono il gioco già capovolto di un film orgogliosamente assurdo. Manuli si ispira a un Beckett scorretto fin dal titolo, ma anche a Ciprì e Maresco, è figlio di molti, ma è sempre altro. Manuli non segue regole, solo la sua (po)etica, usa bravi attori, parole e immagini come tasselli di un puzzle sempre diverso. Trash, ironia, dissacrazione, politicamente scorretto, cinefilia.


L’ingresso è gratuito con la tessera F.I.C. 2013-2014 che al costo di soli 10 euro offrirà l’iscrizione all’Associazione Blow Up e l’accesso libero a tutte le iniziative (più di 30) della stagione fino ad aprile.

Joseph Beuys
 'Infiltrazione omogenea per piano a coda'
- 1966 -
 Centre Pompidou

Fonte ilmascalzone.it

Joseph Beuys

Joseph Beuys, 1976.
Joseph Beuys (Krefeld, 12 maggio 1921 – Düsseldorf, 23 gennaio 1986) è stato un pittore, scultore e artista tedesco.

Bio.

Nasce a Krefeld nel 1921, ma sosteneva di essere nato a Kleve. In gioventù frequenta la Hindenburg-Oberschule di Kleve e aderisce al nazismo entrando nella Hitler-Jugend (Gioventù hitleriana). Lo scoppio della seconda guerra mondiale lo vede arruolarsi nell'aviazione, in un primo momento come operatore radio e successivamente come aviatore. Nel 1943, in seguito all'abbattimento del suo aereo in Crimea, viene salvato dall'intervento di un gruppo di nomadi tartari che, trovatolo moribondo, lo curano facendo ricorso alle antiche pratiche della loro medicina. Tale esperienza è stata determinante per il percorso creativo dell'artista, segnato dalla ricerca di un'armonia superiore tra uomo e natura che spingerà molti critici ad attribuirgli l'appellativo di "sciamano" dell'arte. Nel 1944 è fatto prigioniero dagli inglesi nelle mani dei quali rimarrà fino alla fine del conflitto. Le vicende legate alla guerra segneranno profondamente la vita dell'artista che nella seconda metà degli anni cinquanta cade in una profonda crisi interiore che supererà grazie all'aiuto degli amici Hans e Franz van der Grinten. In questo contesto il progetto del monumento commemorativo dei caduti in guerra a Brüderich assume una funzione quasi catartica. Nel 1959 sposa Eva Wurmbach. Di formazione cattolica, Beuys aderisce in un secondo tempo alla antroposofia di Rudolf Steiner. Nel 1961 ottiene la cattedra di scultura monumentale alla Kunstakademie di Düsseldorf che aveva frequentato come studente subito dopo la guerra seguendo i corsi di Josef Enseling ed Ewald Mataré. Insieme a George Maciunas, Nam June Paik, Wolf Vostell e Charlotte Moormann partecipa a Copenaghen, Londra e Wiesbaden ai primi eventi legati al gruppo "Fluxus", un gruppo di artisti europei e americani uniti dal desiderio di ricreare il senso dell'arte in rapporto alla sua fruizione sociale. Nel 1963 organizza presso la Kunstakademie di Düsseldorf il Festum Fluxorum Fluxus. Negli anni sessanta Beuys si dedica alla creazione di oggetti-sculture-installazioni, derivanti da operazioni artistiche finalizzate alla sollecitazione di una coscienza critica nel pubblico. Nel 1964 inaugura la lunga serie delle "Azioni": Der Chef, Das Schweigen Marcel Duchamps wird überwertet; ... und in uns ... unter uns ... landunter e Wie man einem toten Hasen Bilder erklärt (1965); Eurasia e ... mit Braunkreuz (1966); Manresa, Hauptstrom, Der Stahltisch/Handaktion, Iphigenie/Titus Andronicus (1969); I like America and America likes me (1974). Nel 1980, il 3 aprile, avvenne un importante incontro-confronto con Alberto Burri presso la Rocca Paolina di Perugia, l'estetica dell'evento fu affidata ad Italo Tomassoni. Le lavagne realizzate dal tedesco sono ancora esposte a Perugia, mentre Burri donò alla città una imponente scultura nera ancora esposta alla Rocca Paolina.

Molto noto negli Stati Uniti, Beuys diviene amico ed estimatore di Andy Warhol che può essere considerato, in un certo senso, la sua antitesi ideologica ma anche l'artista che, insieme a lui, compendia le linee fondamentali dell'arte visiva del secondo dopoguerra.
Fra i tanti operatori culturali e critici italiani con cui ha lavorato ricordiamo Lucrezia De Domizio Durini, Lucio Amelio, Italo Tomassoni, Arturo Schwarz, Achille Bonito Oliva, Germano Celant, Gian Ruggero Manzoni inoltre da segnalare tra gli stranieri il grande curatore svizzero Harald Szeemann.
Sensibile da sempre alle tematiche ecologiste, Beuys ha dato un contributo essenziale alla fondazione del movimento dei Verdi in Germania. Nel 1982, invitato a partecipare alla settima edizione della grande esposizione "documenta" che si svolge ogni cinque anni nella cittadina tedesca di Kassel, egli ha espresso tale sensibilità con una delle sue opere più suggestive: "7000 querce".
Non si tratta di una scultura tradizionale ma di un grande triangolo posto davanti al Museo Federiciano e composto da 7000 pietre di basalto, ognuna delle quali "adottabile" da un potenziale acquirente. Il ricavato della vendita di ogni pietra è servito nel corso degli anni a piantare una quercia.              L'operazione, terminata ufficialmente nel 1987, un anno dopo la morte dell'artista, deve in realtà essere ancora ultimata, dal momento che occorreranno circa trecento anni prima che le 7000 querce diventino il grande bosco immaginato da Joseph Beuys il quale, però, oltrepassando addirittura i limiti temporali della sua stessa esistenza, è riuscito a trasformare un'azione ordinaria e spesso banalizzata come quella di piantare alberi in un grande rito collettivo capace di evocare i significati più profondi del rapporto fra l'uomo e la natura.

Fonte wikipedia



venerdì 20 settembre 2013

Gabriele D'Annunzio e Francesco Paolo Michetti: 'La figlia di Iorio'.

La figlia di Iorio è un’opera drammatica in versi di Gabriele D’Annunzio, una "tragedia rustica d’argomento abruzzese", come la definì lo stesso poeta , in tre atti scritta nell’estate del 1903.
La vicenda è ambientata in un Abruzzo rurale, patriarcale e superstizioso, nel giorno di San Giovanni. La famiglia di Lazaro di Roio sta preparando le nozze del figlio Aligi, pastore, con la giovane Vienda di Giave.
Secondo l’antico rituale le tre sorelle di Aligi, Splendore, Favetta e Ornella, lavorano agli alle vesti e agli arredi per il matrimonio, mentre la madre riceve e accoglie i parenti che giungono con i doni nuziali.
Questa atmosfera di serenità agreste è turbata dall’irrompere di Mila, figlia del mago Iorio che cerca scampo e rifugio per evitare le molestie di un gruppo di mietitori ubriachi. La ragazza ha una cattiva fama: è sospettata di stregoneria, ma Aligi la difende e pone sulla soglia una croce di cera di fronte alla quale i mietitori indietreggiano. Il rito nuziale è ormai profanato e interrotto.
Mila e Aligi si innamorano e finiscono per convivere assieme in una caverna in montagna.
La situazione precipita quando il padre di Aligi, Lazaro cerca di sedurre Mila, ma il giovane interviene a difendere la donna e nasce così una rissa tra padre e figlio che terminerà con la morte del padre. Il parricida viene condannato dalla comunità ad essere chiuso in un sacco con un mastino e buttato nel fiume, ma Mila , per salvarlo, si assume la colpa di tutto, dichiarando di averlo ammaliato con una stregoneria e spinto al delitto. Mila verrà condannata al rogo che ella affronta come sacrificio e purificazione.




LE RAPPRESENTAZIONI
La prima rappresentazione della tragedia avvenne al Teatro Lirico di Milano il 2 marzo 1904 con la compagnia teatrale di Virgilio Talli ed ebbe enorme successo. D’Annunzio in una lettera al pittore Michetti, amico e corealizzatore delle scene e dei costumi descrisse perfettamente le motivazioni e gli intenti dell'opera: rivivere le radici della terra natale, nell'intento di eternizzare le antiche figure pastorali .

 "Tutto è nuovo in questa tragedia e tutto è semplice. Tutto è violento e tutto è pacato nello stesso tempo. L'uomo primitivo, nella natura immutabile, parla il linguaggio delle passioni elementari...
E qualcosa di omerico si diffonde su certe scene di dolore.
Per rappresentare una tale tragedia son necessari attori vergini, pieni di vita raccolta. Perché qui tutto è canto e mimica...
Bisogna assolutamente rifiutare ogni falsità teatrale."

Il 22 giugno del 1904 d'Annunzio tornò a Pescara e, prima di sciogliere la compagnia volle fare una rappresentazione al cospetto della madre. Ma a quei tempi la città non aveva un teatro ; c’era solo il politeama Aternino ma tante sere d’estate il pubblico doveva assistere allo spettacolo con l’ombrello , perché non aveva tetto né pavimento. E così fu scelto il bel Teatro Marrucino di Chieti che era allora nostro capoluogo di provincia. Gabriele D’Annunzio, dopo aver rimontato in battello la Pescara, giunse nel teatro teatino che era gremitissimo . Quella sera tutto l’Abruzzo artistico e intellettuale era presente a quella tragedia con la quale il Vate ha esaltato la santità e il sangue della nostra stirpe. Ogni fine atto il poeta veniva chiamato alla ribalta tra incessanti applausi. Il giorno successivo fu organizzato un banchetto agreste in mezzo al verde della Pineta. Tra i cento invitati non mancavano gli amici di sempre Francesco Paolo Michetti e Filippo De Titta, i sindaci di Pescara e Castellammare, tutti i soci del Circolo Aternino che, negli anni a venire, mitizzarono l'evento di cui erano stati i principali promotori in innumerevoli discorsi e commemorazioni. D'Annunzio, nel lasciare il convito, a chi accennava alla tristezza dell'imminente addio, definendo quella la "festa della poesia e dell'amore", profetizzava: "fra cento anni saremo viventi tra i posteri."
La pineta, magico scenario de “La figlia di iorio”.
Da quel momento la Pineta divenne dannunziana e cominciò a prendere forma specifica. Dal 1911 iniziò ogni mese , prima del tramonto, il teatro all’aperto, dove dare le opere del Vate. Il palcoscenico aveva per scenario i pini e veniva montato a quaranta dal casello stradale e a settanta metri all’interno della pineta. Accorreva allo spettacolo sempre un pubblico eletto; lungo la via erano in doppia fila centinaia di landò e carrozzelle venuti da tutte le vicine spiagge e città d’Abruzzo.
In occasione delle feste di San Cetteo, il 7 agosto 1910 venne inaugurato il Kursaal con un singolare spettacolo che raccolse tanti abruzzesi: due campioni mondiali dell'aviazione, Freye su un biplano e Barrier su un monoplano insieme ad altri piloti, si impegnarono in gare di abilità e, partendo da una pista tra la Provinciale per Francavilla e la spiaggia, raggiungevano la massima altezza per ridiscendere acrobaticamente Passata la festa e ottenuto il successo, si prese a lottizzare il terreno in vista di un quartiere residenziale la cosiddetta “città giardino”, senza dimenticare Gabriele d'Annunzio, in onore del quale si allestì, sempre alla Pineta, un secondo banchetto in cui fu deciso di offrire al poeta più di un ettaro di terra boschiva affinché, come scrive nel suo "Pescara nei secoli" Luigi Lopez, "vi costruisse una sua casa che sarebbe stata arredata a suo gusto, attraverso una sottoscrizione nazionale. Ma il poeta rifiutò l'offerta, facendo sapere che “non gradiva doni che lui bastava a se stesso e che voleva vivere dove a lui piaceva". Il rifiuto non offese i pescaresi che nel 1912 allestirono nella Pineta una storica rappresentazione della Figlia di Iorio. Fu la compagnia Stabile romana diretta dall’attore Ettore Berti che organizzò i famosi spettacoli dannunziani tra il 1912 e i 1913 alla Pineta di Pescara, mettendo in scena: oltre a “ La figlia di Iorio anche “La Città morta” “La Gioconda” e “La fiaccola sotto il moggio”.
Il poeta, incoraggiato da questo grande successo, voleva far costruire in questo suggestivo sito un anfiteatro. Il cognato, su sua commissione, si mise subito all’opera , fece un bel progetto e formò un Comitato di cittadini (allora Pescara aveva 10000 abitanti molto attivi) che doveva iniziare ed inaugurare per l’agosto del 1915 l’Anfiteatro dannunziano. Il sito era quello sognato dal poeta, a poca distanza dallo stabilimento Aurum. Ma nel 1914 venne la guerra franco-tedesca e nel 1915 quella italo-austriaca, così il progetto del poeta rimase in attesa dei posteri.
Dopo il conflitto mondiale l'accesso al nuovo quartiere fu favorito da un tram a cavalli che partiva da via Conte di Ruvo, davanti a Palazzo Oliva, con un numero di corse considerevole. La Pineta, facile da raggiungere, ricominciò a diventare nella cultura pescarese un abituale luogo di ritrovo e trattenimento festivo, per una specie di gita familiare. La città-giardino riprese a vivere e a crescere nelle speranze di tutti. Si ripropose allora una nuova rappresentazione della tragedia “La figlia di Iorio” che venne messa in scena nel 1949 da Elena Zareschi e Salvo Randone di cui molti ricordano ancora la insuperata interpretazione.
La Pineta, definitivamente dannunziana, tornò ad essere la meta comune della gente di Pescara che, intanto aveva assorbito Castellammare e i Colli. Se il Kursaal era stato trasformato nello Stabilimento Aurum per la preparazione di liquori e confetture, c'erano ancora i viali alberati, i sentieri , le rotonde per ballare con orchestrine, il caffé concerto, i campi di bocce e gli spazi per la merenda dei bambini. Il trenino aveva ripreso le sue affollatissime corse; d'estate per i bagnanti giornalieri che scendevano da Penne, da Loreto, da Cappelle, d'inverno per un turismo locale ma assai variegato. In allegra spensieratezza, di mattina, vi si recavano gli studenti filonari, magari a leggere e a provare le sensazioni descritte ne la "Pioggia nel pineto" , le mamme con i bambini, i pensionati a giocare a bocce e a leggere il giornale. Il sabato ci andavano, in fila con il grembiulino bianco gli scolari dell'Istituto Ravasco, con il cestino della merenda che allora era pane e marmellata e una mela.


Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli. I documenti e le immagini sono tratti dall’Archivio di Stato di Pescara, da: Racconti della memoria di una Pescara dannunziana di federico Valeriani, da “La figlia di Iorio, opera pittorica di F.P. Michetti” di Restituto Ciglia , da “Pescara” di Luigi Lopez e da testi di Maria Concetta Nicolai


Fonte abruzzo24ore.tv

'La figlia di Iorio'.
Primo atto (1954)



'La figlia di Iorio'.
Secondo atto (1954)



'La figlia di Iorio'.
Terzo atto (1954)




Commento e critiche

L'autore stesso, nella lettera a Michetti, descrisse perfettamente le motivazioni e gli intenti dell'opera. Rivivere le sue radici della terra natale, nell'intento di eternizzare le figure pastorali antiche, grazie alla scoperta dell'immutata sostanza della natura umana. L'autore ricerca oggetti come utensili, suppellettili che abbiano l'impronta della vita vera, e nel tempo medesimo vuole diffondere sulla realtà dei quadri un velo di sogno antico.
Perciò è proprio un sogno antico che riconduce il poeta alla sua terra d'origine, che nell'opera viene riportata ad uno stadio primitivo ed innocente, caratterizzato da usi e costumi arcaici. È infatti alla natura aspra della sua gente che il poeta salda la tragedia del destino.
È un'opera variegata pervasa dal filo conduttore della musicalità dannunziana. Ecco perché sembra quasi rientrare nella normalità delle cose, la vicinanza della frase ricercata e colta con la filastrocca invece basata su temi popolari; oppure il tono realistico alternato a quello trasognato, indefinito e misterioso.
Lo stesso poeta definirà il suo verso come: "intero, senza spezzamenti, semplice e diritto, entra nell'anima e vi resta".
Le critiche, sia quelle contemporanee alla realizzazione dell'opera sia quelle successive, sono state, generalmente, positive. Scrisse il Paratore

«È l'unica opera del poeta, che pur concedendo il debito posto al furore dei sensi, si solleva in un clima in cui i palpiti dell'umana passionalità vibrano di una risonanza universale». 

Rileva invece Umberto Artioli

«Nei paesaggi-stati d'animo, negli oggetti-emblemi, nei personaggi che solidarizzano o si contrappongono come frammenti di un'unica inidividualità scissa in se stessa ed affiorante sulla scena in una pletora di sembianti diversi, circola quel che gli espressionisti definiranno Ich-Drama: un'opzione drammaturgica a fondamento allegorico in cui l'eredità romantica, prende quota su un impianto di sapore medievale».

La Figlia di Iorio è stata portata sullo schermo, all'epoca del muto, due volte. Recentemente, in occasione del centenario, il Comune di Pescara e Il Vittoriale hanno sostenuto la produzione della versione cinematografica della tragedia. L'ha diretta e prodotta il regista Mario A. Di Iorio, girandola in digitale. Elena De Ritis è Mila di Codra; Corrado Proia è Aligi.

'La figlia di Jorio', Francesco Paolo Michetti.


La grande tela raffigurante «La Figlia di Jorio» di metri 5,50 per metri 2,80 è una delle più importanti opere pittoriche dell'artista Francesco Paolo Michetti, realizzata nel 1895 e nello stesso anno esposta alla Biennale di Venezia; la famosa tragedia pastorale di Gabriele D'Annunzio con lo stesso titolo vide la luce nove anni dopo, nel 1904.
Stesso tema quindi trattato dai due artisti che insieme rimasero fortemente impressionati e turbati da una scena che si presentò loro nella piazzetta di Tocco da Casauria (paese natìo di Francesco Paolo Michetti): quella di una donna urlante, scarmigliata, giovane e formosa inseguita da una folla di mietitori ubriachi e provati dal sole.

Infatti, se diverse erano state le ambientazioni e i paesaggi che fecero da sfondo ai vari studi e bozzetti eseguiti prima di giungere all'idea finale della presente opera michettiana, unico era sempre stato il tema: una giovane, bella e formosa, nascosta in un ampio scialle, che passa rapidamente davanti a gruppi di persone disposte in modi diversi, che si fermano a guardarla con espressioni contrastanti di ammirazione, di desiderio, di compassione e di scherno.

Al tempo della realizzazione l'opera presentava una colorazione fresca, delicata, con forti contrasti chiaroscurali e con calde tonalità che purtroppo ora ha perduto: i contorni, le ombre, fusi con i rilievi, sono quasi evanescenti.
Resta però valida l'intelaiatura dell'opera nella sua costruzione scenica, nell'espressione dei personaggi ancora evidente in tutto l'insieme pittorico. 
La nota predominante del quadro resta la figura della donna che attira subito l'attenzione; l'artista ha voluto coprirla con un ampio manto rosso vermiglio, che ben si fonde con la veste della stessa intonazione cromatica riuscendo a creare un'armonica fusione di un'unica e viva tonalità.
Pennellate di bianco mettono in luce ed in risalto il petto, sorretto da due sostegni che si incrociano e la sottana di candido lino sporgente dalla lunga veste. Pesanti calze nere nascondono le gambe creando un equilibrio tonale con le sopraccalze di lana bianca che danno evidenza e risalto ai semplici calzari, molto in uso tra le genti di campagna; le stringhe delle «chiochie» si allacciano, si avvolgono e si incrociano intorno alle caviglie modellate.
Le poche linee del volto dal profilo semplice e perfetto e dalla bocca appena schiusa fanno intravedere la singolare bellezza della donna; orecchini in pesante oro, a cerchio, completano l'incorniciatura del volto.

La donna incede con passo lungo, rapido, sicuro; sembra voglia allontanarsi dal gruppo di persone che, in diversi atteggiamenti osservano il suo corpo. Non vuole vedere e non desidera essere vista: con le mani apre il manto che la nasconde, appena il necessario per scoprire una parte del suo bel viso e per scorgere avanti a sé la strada da percorrere. Si ha l'impressione di vederla scomparire dalla scena da un momento all'altro, verso l'albero fiorito che, in contrasto, sembra accoglierla con il suo simbolico candore o ricordarle il candore perduto.

La donna è quasi interamente nascosta dal manto: i pesanti vestiti coprono tutto il corpo. L'artista non ha voluto ritrarre la femmina ammaliatrice, con le sue provocanti forme ma ha voluto dare l'immagine di una povera donna perduta che sente tutto il peso della sua sciagura e che cerca di fuggire di fronte a certe situazioni delicate ed imbarazzanti. Per sua natura non è la donna procace, di mestiere, che invita con certi atteggiamenti del corpo e che adesca con sguardi significativi. È una donna che ha creduto nell'amore e ne ha sentito tutta l'ebrezza.

Nella tela, inoltre, sono ritratti cinque uomini, seduti o sdraiati sul profilo di un'altura, che con i loro volti esprimono sentimenti diversi ispirati dall'improvvisa comparsa di questa donna che tutti ben conoscono. Qui l'artista è riuscito ad ottenere con singolare efficacia una gamma di espressioni e di atteggiamenti: ogni figura ha una sua particolare funzione e nello stesso tempo crea un magistrale equilibrio in tutta la scena.

Sulla sinistra l'uomo disteso supino, che ha il viso dello stesso Michetti, come si può notare dai suoi autoritratti, ha uno sguardo malizioso, ostenta un'eleganza raffinata: sembra aver lanciato la sua offerta d'amore con un sottile ironico sorriso misto a nascosta bramosia, e ora quasi attende un consenso. Più in alto, emerge su tutti la figura di un giovane dal volto attonito: è Aligi, il «pecoraio», che rimane stordito, trasognato, trasportato al di fuori della realtà, trascinato dalla visione della donna che l'ha stregato, come è evidente dai suoi grandi occhi dilatati che manifestano stupore e meraviglia dinanzi a tanta bellezza. La disposizione delle gambe e dei piedi dà l'impressione che il giovane stia quasi per scattare per seguire la donna.

Il terzo uomo dalla folta ispida barba brizzolata ha un atteggiamento più calmo e seduto nel mezzo, sembra richiamare i suoi vicini alla compostezza e alla moderazione.

Un altro giovane, sdraiato, con le gambe incrociate verso l'alto e con la testa appoggiata alla mano destra, avvolto da un'artistica sciarpa colorata, quasi medita: ha lo sguardo trasognato e l'espressione di intimo desiderio, sembra emettere un leggero sospiro; accanto a lui c'è un altro giovane, dall'esile figura, tutto raccolto in se stesso con le mani strette tra le ginocchia che forse ha lanciato una frase d'invito accompagnata da un malizioso sorriso.

Altre due figure completano il quadro: nella parte più alta un uomo "tagliato" orizzontalmente e più in basso, a destra, una donna "tagliata" verticalmente. Il pittore non ha voluto mostrare il volto dell'uomo per creare un'atmosfera di mistero ed ognuno può immaginare la sua espressione alla vista della donna in rosso. Mentre, è ben evidente il volto della figura femminile che si volta a guardarla con curiosità, con meraviglia mista a tanta compassione e si scorge un'espressione di profondo turbamento. 
Sullo sfondo si staglia nella sua possente maestosità la Majella madre, più precisamente le cime nevose del Morrone, che racchiude ed abbraccia tutta la rappresentazione. Il suo delicato, modulato profilo è messo ben in risalto dal colore terso e luminoso del cielo azzurro e sereno.

Nell'insieme la colorazione è ben dosata in modo da dare maggiore risalto alle figure che si stagliano, con ritmica ondulazione, dal chiarore dello sfondo montagnoso e si legano mirabilmente con la parte inferiore densa di vibranti passaggi coloristici, ora chiari, ora scuri. Infine, ogni figura è giustamente studiata nel disegno e nei colori, con tonalità adeguate, legate armoniosamente in tutto l'insieme, così da offrire una visione sobria, serena e completa e conferire l'equilibrio tonale di tutta la composizione.

  1. Fonte: Restituto Ciglia, La figlia di Jorio, opera pittorica di F. P. Michetti, Pescara, Editrice Italica, 1977.
  2. Fonte: provincia.pescara.it
Un'altra fonte:

Ma 'La figlia di Iorio' venne mirabilmente rappresentata anche da un altro artista amico di D’Annunzio Francesco Paolo Michetti che la realizzò nove anni prima. La grande tela di metri 5,50 per metri 2,80 che è una delle più importanti opere pittoriche dell'artista fu realizzata nel 1895 e nello stesso anno esposta alla Biennale di Venezia. Stesso tema trattato dai due artisti che insieme rimasero fortemente impressionati e turbati da una scena che si presentò loro nella piazzetta di Tocco da Casauria (paese natìo di Francesco Paolo Michetti). Il dipinto fu creato nel suo studio-convento di Francavilla al mare e non direttamente ad Orsogna come alcuni sostengono. L’opera fu preceduta da diversi schizzi e bozzetti con varie ambientazioni e paesaggi ma unico rimase il tema: una donna giovane e formosa ,urlante, scarmigliata, inseguita da una folla di mietitori eccitati dal vino e provati dal sole. Sicuramente durante il soggiorno ad Orsogna, nella Torre Di Bene, Michetti produsse gli studi del paesaggio circostante che successivamente utilizzò per la realizzazione dell'opera; il profilo della Maiella che fa da sfondo all’opera è quello che si può ammirare solo da Orsogna. Dopo una prima versione dell'opera ad olio, l'artista realizzò quella definitiva preferendo una tempera di sua particolare invenzione e modificando la composizione con l'aggiunta del paesaggio e di alcune figure. Il personaggio femminile è Mila di Codra, per la quale ha posato come modella Giuditta Saraceni di Orsogna una ragazza che allora aveva 19 anni. L'artista le fece indossare pesanti vestiti dal colore bianco e rosso che le coprono tutto il corpo ed è quasi interamente nascosta dal manto. Michetti non ha voluto ritrarre quindi la femmina ammaliatrice, con le sue provocanti forme ma ha voluto dare l'immagine di una povera donna perduta che sente tutto il peso della sua sciagura e che cerca di fuggire di fronte ad una situazioni delicata ed imbarazzante. Vi sono ritratti cinque uomini, seduti o sdraiati sul profilo di un'altura, che con i loro volti esprimono sentimenti diversi ispirati dall'improvvisa comparsa di questa donna che tutti ben conoscono. Sulla sinistra l'uomo disteso supino, che ha il viso dello stesso Michetti, come si può notare dal suoi autoritratto, ha uno sguardo malizioso, il personaggio che sta alle spalle di Mila è Paolo de Cecco musicista e poeta frequentatore del Cenacolo michettiano di Francavilla; la figura in alto è Aligi, per il quale Michetti prese come modello un giovane contadino, che mostra uno sguardo trasognato: è già stregato dalla donna come è evidente dai suoi grandi occhi dilatati . L’uomo seduto nel mezzo dalla folta ispida barba brizzolata ha un atteggiamento più calmo e seduto nel mezzo, e sembra richiamare i suoi vicini alla compostezza e alla moderazione. Accanto a lui c'è un altro giovane, dall'esile figura, tutto raccolto in se stesso con le mani strette tra le ginocchia che forse ha lanciato una frase d'invito. Sullo sfondo si stagliano nella loro maestosità le cime nevose del Morrone sulla Majella che racchiudono ed abbracciano tutta la rappresentazione. Il suo delicato, modulato profilo è messo ben in risalto dal colore terso e luminoso del cielo azzurro . Il quadro fu presentato alla Biennale di Venezia nel 1895, dove si aggiudicò il primo premio. Nel 1896, La Figlia di Iorio fu acquistata da Ernest Seeger per la Galleria Nazionale d'Arte di Berlino. Successivamente, nel 1932 quando , fu esposta alla XVIII edizione della Biennale di Venezia nel Padiglione italiano, venne notata da Giacomo Acerbo ministro abruzzese, il quale ne propose l'acquisto all'Amministrazione provinciale di Pescara. Dopo lunghe e difficoltose trattative il dipinto fu acquistato e ancora oggi è esposto in un'ampia sala del Palazzo della Provincia di Pescara denominata Sala de “La figlia di Iorio”.


abruzzo24ore.tv

mercoledì 18 settembre 2013

Estetica del cinema: 'Io la conoscevo bene', Antonio Pietrangeli.

'Io la conoscevo bene', manifesto.
'Io la conoscevo bene' ****

(Italia/FRancia/Rft 1965, b/n, 122') Antonio Pietrangeli. Con Stefania Sandrelli, Nino Manfredi, UgoTognazzi, Enrico Maria Salerno, Mario Adorf, Jean-Claude Brialy, Joachim Fuchsberger, Turi Ferro, Franco Fabrizi, Robert Hoffmann, Franco Nero, Veronique Vendell,
La Giovane Adriana (Sandrelli) lascia la famiglia e va a Roma in cerca di fortuna. Dopo tante promesse fattele da squallidi opportunisti - l'agente pubblicitario Cianfanna (Manfredi), un press agent (Fabrizi), un attore (Salerno) - e troppi inutili legami - l'ambiguo Dario (Brialy), uno scrittore (Fuchsberger), il borghese Antonio (Hoffmann) - capirà che per lei non c'è futuro e si getterà dal balcone. Costruito come una sorta di mosaico, dove gli episodi si inseguono a ritmo incalzante, il film delinea il magistrale ritratto di una ragazza a cui tutto sembra scivolare addosso ("le va tutto bene. Non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità. Non si sorprende mai. Le umiliazioni non le sente... Ambizioni zero. Morale nessuna, neppure quella dei soldi perché non è nemmeno una puttana. Per lei ieri e domani non esistono" dice lo scrittore), almeno fino all'improvviso e drammaticissimo finale. Straordinaria la prova della Sandrelli, imposta dal regista contro il parere di tutti, perfetta nel rendere questa sprovveduta ma non incolpevole vittima di una società che la ferisce e a cui cerca di adeguarsi nell'unico modo che conosce: cambiando vestito e pettinatura dopo ogni fallimento. Ne esce un acuto ritratto dell'Italia anni Sessanta, pieno di millantatori, arrivisti e volgari seduttori che gravitano intorno al ''gran" mondo del cinema e della pubblicità. Nastri d'argento per il regista, gli sceneggiatori Ettore Scola e Ruggero Maccari e per Ugo Tognazzi, che riesce a rendere indimenticabile un'apparizione di pochi minuti nei panni del vecchio attore Bagini, disposto a tutto pur di ottenere una scrittura.

Fonte il Meneghetti: dizionario dei Film 2006




Ancora un ritratto di donna come Antonio Pietrangeli ci offre, con precisione e attenzione, fin dai tempi del Sole negli occhi e di Nata di marzo. Anche questa volta, come nella Parmigiana, si tratta di una piccola provinciale, anzi, di una contadina, finita in città e pronta ad accettare dalla città tutto quello che può offrirle, soprattutto tenuto conto che è giovane e bella.
A differenza della “Parmigiana”, però, Adriana, la protagonista del film di oggi, si fida di tutto e di tutti, crede a tutto, e specialmente alla vita, e vi crede senza secondi fini, senza mostrarsi interessata, anche se, bella com’è, passando quietamente da un amore all’altro, un po’ di carriera l’ha fatta, tanto che, da domestica, è finita quasi alle soglie del cinema, con appartamentino e “utilitaria”. [...]

di Gian Luigi Rondi, articolo completo (3905 caratteri spazi inclusi) su Il Tempo 4 dicembre 1965



Già nel suo film d'esordio e nei pochissimi altri non dettati da ragioni prettamente mercantili (non più di un paio in tutto, fra i quali va annoverato sicuramente La visita e, forse, La parmigiana, per quanto irritante e scombinatissimo), Pietrangeli ha mostrato un interesse acuto e persistente per un certo tipo di personaggio femminile. Al punto che i suoi due o tre film che vale la pena di ricordare si risolvono, in fondo, in altrettanti ritratti di donne che hanno un dato comune: l'estrazione paesana e provinciale che non riescono, malgrado tutto, a lasciarsi dietro le spalle nell'esperienza, quasi sempre infelice, dell'inurbamento, anche se hanno sofferto e continuano magari a soffrire e respingere le angustie mortificanti della loro origine. [...]

di Adelio Ferrero, articolo completo (5347 caratteri spazi inclusi) su Cinema Nuovo 2005

Fonte mymovies.it

Buona visione

sabato 7 settembre 2013

L'eterno ritorno: Mario Monicelli vs Nanni Moretti; '1977'



'Io sono autarchico', Nanni Moretti.
-1976-




'La Grande Guerra', Mario Monicelli.
-1959-


La grande guerra è un film del 1959 diretto da Mario Monicelli, prodotto da Dino De Laurentiis e interpretato da Alberto Sordi e Vittorio Gassman.
È considerato uno dei migliori film italiani sulla guerra e uno dei capolavori della storia del cinema. Vincitore del Leone d'oro al Festival del Cinema di Venezia ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini e nominato all'Oscar quale miglior pellicola straniera, si aggiudicò inoltre tre David di Donatello e due Nastri d'argento. Ottenne un enorme successo anche all'estero, soprattutto in Francia.
Nel settembre 2009 il film è stato scelto per la pre-apertura della 66ª edizione del Festival del Cinema di Venezia. Nel gennaio 2011, come omaggio a Monicelli scomparso da poco, la Cineteca di Bologna organizzò una retrospettiva in suo ricordo, proiettando nel cinema Lumiére La grande guerra e altri lavori del regista. È stato successivamente inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare, "100 pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese tra il 1942 e il 1978".

Descrizione

« Oreste Jacovacci: "Ma che fai aoh, prima spari e poi dici chi va là?"
Sentinella: "È sempre mejo 'n amico morto che 'n nemico vivo! Chi siete?"
Oreste Jacovacci: "Semo l'anima de li mortacci tua!"
Sentinella: "E allora passate!" »

(Dialogo tratto dal film)
Felice connubio di tragedia e commedia, l'opera è un affresco corale, ironico e struggente, della vita di trincea durante la prima guerra mondiale.
Le vicissitudini di un gruppo di commilitoni sul fronte italiano nel 1916 sono narrate con un linguaggio neorealista e romantico al tempo stesso, abbinando scansioni tipiche della commedia all'italiana ad una notevole attenzione verso i particolari storici.
Le pregevoli scene di massa si accompagnano ad acute caratterizzazioni dei numerosi personaggi, antieroi umani ed impauriti, rassegnati e solidali, accomunati dalla partecipazione forzata ad una catastrofe che li travolgerà.
Monicelli e gli sceneggiatori Age & Scarpelli e Vincenzoni raggiungono l'apice artistico della loro carriera combinando, con impareggiabile fluidità di racconto, comicità e toni drammatici, ed aprendo la strada ad un nuovo stile cinematografico nelle vicende di guerra.
Memorabile il piano sequenza finale nel quale i due pavidi protagonisti si riscattano con un gesto coraggioso, sacrificandosi l'uno da “eroe spavaldo” e l'altro da “eroe vigliacco”. Quest'ultima figura viene qui concepita in maniera assai originale ed interpretata da un ispirato Alberto Sordi (vincitore del Nastro d'Argento come miglior attore protagonista).

Aspetti storici
« Io dico che se vinciamo questa guerra con i mezzi che abbiamo, siamo davvero un grande esercito. »
(Tenente Gallina nel film)
La ricostruzione bellica dell'opera è, da un punto di vista storico, uno dei migliori contributi del cinema italiano allo studio del primo conflitto mondiale.
Per la prima volta la sua rappresentazione venne depurata dalla propaganda retorica divulgata durante il fascismo e nel secondo dopoguerra, in cui persisteva il mito di una guerra favolosa ed eroica dell'Italia, e per questo la pellicola ebbe problemi di censura al momento dell'uscita nelle sale, e fu vietata ai minori di 18 anni. Fino a quel momento infatti i soldati italiani erano stati continuamente ritratti come valorosi disposti ad immolarsi per la patria. Emblematica ed indimenticabile in questo senso la scena dei festeggiamenti nel paese (subito trasformatisi in silenzioso dolore) e della retorica ostentata da autorità ed intellettuali al rientro delle truppe dalla sconfitta di Caporetto.
Il film denunciò inoltre l'assurdità e la violenza del conflitto, le condizioni di vita miserevoli della gente e dei militari, ma anche i forti legami di amicizia nati nonostante le differenze di estrazione culturale e geografica. La convivenza obbligata di questi regionalismi (e provincialismi), mai venuti a contatto in modo così prolungato, contribuì a formare in parte uno spirito nazionale fino ad allora quasi inesistente, in forte contrasto con i comandi e le istituzioni, percepite come le principali responsabili di quel massacro.

Trama
Il romano Oreste Jacovacci e il milanese Giovanni Busacca si conoscono durante la chiamata alle armi della Prima Guerra Mondiale. Oreste in quell'occasione promette a Giovanni di farlo riformare in cambio di denaro, ma lo inganna. I due si rincontrano sul treno per il fronte: dopo l'ira iniziale di Giovanni, finiscono per simpatizzare e per divenire amici. Seppure di carattere completamente diverso sono uniti dalla mancanza di qualsiasi ideale e dalla volontà di evitare ogni pericolo e uscire indenni dalla guerra. Attraversate numerose peripezie durante l'addestramento, i combattimenti e i rari momenti di congedo, in seguito alla Disfatta di Caporetto vengono comandati come staffette portaordini, mansione molto pericolosa, che viene loro affidata perché considerati come i "meno efficienti" a causa del loro limitato valore militare.

Un fotogramma della pellicola. Sulla destra è visibile la celebre scritta: "Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati"
Dopo aver svolto la loro missione, si coricano nella stalla di un avamposto poco lontano dalla prima linea, ma una repentina avanzata degli Austriaci li "trasporta" in territorio nemico, dove vengono presto catturati. Sorpresi ad indossare cappotti dell'esercito austro-ungarico nel tentativo di fuggire, vengono accusati di spionaggio e minacciati di fucilazione. Sopraffatti dalla paura ammettono di essere in possesso di informazioni cruciali sul contrattacco italiano sul Piave, e pur di salvarsi decidono di passarle al nemico. L'arroganza dell'ufficiale austriaco ed una battuta di disprezzo verso gli italiani («...courage?! Fegato dicono... Quelli conoscono soltanto fegato alla veneziana con cipolla, e presto mangeremo anche noi quello.») ridà forza alla loro dignità portandoli a mantenere il segreto fino all'esecuzione capitale, l'uno insultando spavaldamente il capitano nemico («Giovanni Busacca all'ufficiale austriaco: "[...] e allora... senti un po', visto che parli così, io non ti dico proprio un bel niente. Hai capito?! Faccia di m***a!"») e l'altro che, dopo la fucilazione del compagno, finge di non essere a conoscenza delle informazioni e viene così subitaneamente fucilato poco dopo l'amico. La battaglia si conclude poco tempo dopo con la vittoria dell'esercito italiano che rioccupa poco dopo la postazione caduta in mano agli Austriaci, senza che nessuno venga a conoscenza del valore del loro sacrificio. Il loro sacrificio non è inutile: i loro compagni sono all'attacco e la vittoria non è lontana. I soldati pensano che anche questa volta i due amici l'hanno scampata; invece non sanno che sono morti per non tradire la patria.

Colonna sonora
Le musiche del film furono composte da Nino Rota, di seguito sono riportate le varie tracce:

La grande guerra - Titoli di testa (02:55)
Di qua, di là del Piave 1 (00:53)
Reticolati (01:35)
Giovanni e Oreste (03:35)
Costantina e Giovanni (01:55)
Vita di trincea (02:35)
La moglie di Bordin (01:02)
Libera uscita (01:20)
Di qua, di là del Piave 2 (00:52)
Le voci della guerra (08:41)
Finale (00:55)

Riconoscimenti
1960 - Premio OscarNomination Miglior film straniero (Italia)
1960 - David di DonatelloMiglior produttore, Migliore attore protagonista a Vittorio Gassman, Migliore attore protagonista a Alberto Sordi
1959 - Festival di VeneziaLeone d'oro al miglior film a Mario Monicelli
1960 - Nastro d'argentoMiglior attore protagonista a Alberto Sordi, Migliore scenografia a Mario Garbuglia


martedì 13 agosto 2013

Lazzaretto Estate 2013 - Prima

Cinema, teatro, musica, eventi.

Martedì 13 agosto 2013 ore 21.30 – Canalone Cinema
COME UN TUONO
Un film di Derek Cianfrance
Ingresso intero € 5,00 – ridotto € 4,00



Un film di Derek Cianfrance. 
Con Ryan Gosling, Bradley Cooper, Eva Mendes, Dane DeHaan, Emory Cohen.  
Thriller, durata 140 min. - USA 2012. 

Luke è un pilota di motociclette, impiegato in uno spettacolo ambulante. Dovrebbe partire al seguito del carrozzone per una nuova meta, ma scopre di avere un figlio, Jason, nato da una breve relazione con Romina, una ragazza del posto. Resta, dunque, nella provincia dello stato di New York, per provvedere alla sua nuova famiglia e impedire che suo figlio cresca senza un padre, come accaduto a lui. Le rapine in banche e le fughe in moto sono il metodo più veloce per procurarsi tanti soldi e in fretta, ma "chi corre come un fulmine, si schianta come un tuono", ed è così che la folle corsa di Luke si arresta davanti alla recluta di polizia Avery Cross, anch'egli padre da poco. Quindici anni dopo, Jason e il figlio di Avery stringono amicizia al liceo, ma il passato che li lega riaffiora e la vecchia violenza chiama nuova violenza.  


Mercoledì 14 agosto 2013 ore 22.30 – Lazzabaretto
DOPPIE VITI 
Musicisti itineranti ironici, beffardi, imprevedibili
Ingresso gratuito



Musicisti itineranti ironici, beffardi, imprevedibili. Nostalgici di quei mai vissuti anni Sessanta, ma allo stesso tempo figli delle contaminazioni degli ultimi due decenni. Le Doppie Viti cantano le contraddizioni della società e della vita privata, con un’attitudine irriverente ma sempre ancorata alla realtà, senza cadere nella demenzialità. A Maggio è uscito Come alle Hawaii primo disco delle Doppie Viti, il disco è prodotto da Max Lepore (Jovanotti, Grignani , Silvestri.....).

Venerdì 16 agosto 2013 ore 21.30 – Canalone Cinema
REALITY
Un film di Matteo Garrone
Ingresso intero € 5,00 – ridotto € 4,00



Un film di Matteo Garrone. 
Con Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Graziella Marina, Nello Iorio.  
Drammatico, durata 115 min. - Italia 2012. 

Luciano Ciotola vive a Napoli in un palazzo fatiscente con la moglie e i figli avendo come coinquilini numerosi parenti. Gestisce una pescheria mentre con la moglie ha attivato un traffico illegale di prodotti casalinghi automatizzati. Luciano ha una vocazione per l'esibizione spettacolare così il giorno in cui i familiari lo sollecitano a partecipare a un casting de "Il Grande Fratello" non si sottrae. Entra così in una spirale di attese che trasformerà la sua vita.


Sabato 17 agosto 2013 ore 21.30 – Canalone Cinema
LA SPOSA PROMESSA
Un film di Rama Burshtein
Ingresso intero € 5,00 – ridotto € 4,00



Un film di Rama Burshtein. 
Con Hadas Yaron, Yiftach Klein, Irit Sheleg, Chayim Sharir, Razia Israeli.  
Drammatico, durata 90 min. - Israele 2012. 

Shira ha 18 anni, è figlia di un rabbino della comunità ortodossa di Tel Aviv e sorella minore di Esther, che attende un figlio dal marito Yochai. L'interesse di Shira si rivolge per la prima volta verso un coetaneo, che la famiglia le ha proposto come possibile fidanzato, ma la morte di Esther per parto allontana ogni decisione. Solo con il neonato, di cui si occupano con amore Shira e la sua famiglia, Yochay viene invitato a risposarsi presto. La prospettiva che possa andarsene con il nipotino in Belgio, spinge la moglie del rabbino a proporgli di prendere in moglie proprio Shira. Sta alla ragazza accettare o meno questa difficile proposta. 


Domenica 18 agosto 2013 ore 21.30 – Corte Interna
MILLE PAPAVERI ROSSI
Omaggio a De André, in collaborazione con il Centro di Salute Mentale di Ancona
Ingresso posto unico € 5,00



Il gruppo I liberi cantori della Marca presenta una panoramica storica del cantautore De André con una formazione prevalentemente acustica. Il gruppo, costituito nel 2000, propone in versione acustica musica di cantautori italiani, popolare marchigiano, folk italiano e internazionale.

In collaborazione con il Centro di Salute Mentale di Ancona
In caso di maltempo Teatro Sperimentale


Domenica 18 agosto 2013 ore 21.30 – Canalone Cinema
THE MASTER
Un film di Paul Thomas Anderson
Ingresso intero € 5,00 – ridotto € 4,00


 Un film di Paul Thomas Anderson. 
Con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern, Ambyr Childers. 
Drammatico, durata 137 min. - USA 2012. 

Freddie Quell è un soldato uscito dalla Seconda Guerra Mondiale con il sistema nervoso a pezzi. A poco servono le cure che l'esercito gli offre, se non a rendere esplicita un'ossessione per il sesso. A ciò si aggiunge un forte interesse per l'alcol che si traduce in misture che lui stesso si prepara e che offre agli altri con esiti non sempre positivi. Finché un giorno, in modo del tutto casuale, Freddie incontra Lancaster Dodd. Costui ha inventato un metodo di introspezione che sperimenta sul disturbato Marine, il quale sembra trarne giovamento. Da quel momento ha inizio un sodalizio che li vedrà percorrere insieme un lungo tratto di strada. Anche se il loro viaggio finirà con l'offrire loro esiti assolutamente diversi. 


Programma www.lazzarettoestate.org
Fonte www.ilmascalzone.it