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giovedì 24 ottobre 2013

Porcelain Raft a Roma.

Mauro Remiddi, aka Porcelain Raft, è un compositore, autore e musicista nato al Roma nel 1972. Attualmente vive a New York.
Nel 1997 ha scritto la colonna sonora del corto La Matta dei Fiori di Rolando Stefanelli, vincitore del David di Donatello come miglior cortometraggio. Nel 1999 si è esibito al teatro La Mama di di New York durante lo spettacolo di tip tap Vaudeville 2000, per cui ha composto anche le musiche. Prima di trasferirsi in Inghilterra ha avviato una collaborazione stabile con Ra Di Martino, componendo le musiche e apparendo in tre suoi video (Not 360, Night Walker, August 2008). Nel 2003, Mauro Remiddi e l'artista/musicista Onyee Lo, hanno formato il duo Three Blind Mice, trasformato nel 2005 in Sunny Day Sets Fire. Nel 2008 ha collaborato con Filthy Dukes, cantando sulla traccia Somewhere at Sea, per l'album di debutto Nonsense in The Dark. Il suo primo EP, Gone Blind, è uscito con Acephale nel 2010. L'album di debutto di Porcelain Raft, Strange Weekend, è uscito nel gennaio 2012 con Secret Canadian.

LANIFICIO e RADIO ROCK  presentano
Life on Tuesday
Martedi 5 Novembre 2013
PORCELAIN RAFT in concerto + YOUAREHERE
Biglietto € 6 + d.p
Apertura Botteghino h. 21.00 | Inizio Concerti 21.30
Prevendite www.vivaticket.it
LANIFICIO159 | Via di Pietralata159/A - Roma
info@lanificio.com | tel. 06.41780081


Fonte lanificio.com

- 2012 - 


Porcelain Raft, o della fuga dei cervelli. La più bieca prassi giornalistica imporrebbe di rispolverare i soliti abusati frasari da terza pagina a proposito di questo artista romano, al secolo Mauro Remiddi, traslocato prima a Londra (si ricorda la sua militanza nei deliziosi Sunny Day Sets Fire) e attualmente domiciliato in quel di Williamsburg (New York), nel cuore pulsante del futurismo alternative odierno, dove ha registrato il suo primo album (che giunge dopo una lunga cometa di Ep e singoli vari) per conto di un'etichetta di prima grandezza come la Secretly Canadian. Un curriculum da far impallidire molti, non c'è che dire.

Eppure sarebbe il caso di non farne esclusivamente una questione di nazionalismo strapaesano, anche perché un lavoro come "Strange Weekend" merita molto di più. Il nostro uomo dimostra infatti di aver assorbito con estro prontamente ricettivo le vibrazioni più calde di questa nostra contemporaneità musicale spesso così imprevedibile, ricomponendo le molte vie del suo work in progress in un sound gassoso e luminescente, capace di avvolgersi in morbide spirali di suono rarefatto e di insinuarsi così negli strati più fluttuanti del pensiero.

Si potrebbe partire da "The End Of Silence" (o da "The Way In") per orientarsi nella proposta di Porcelain Raft, individuandone gli elementi salienti: una grazia delicata di voci e melodie in dormiveglia, pulsazioni che forse guardano alla musica house o forse no e, su tutto, la caligine carezzevole di synth che ammorbidiscono i contorni in un tenue luminismo atmosferico, fatto di macchie di colore e corpuscoli sottili.

I pigmenti new age di "Is It Too Deep For You?", la brina scricchiolante di "Drifting In And Out", la luce rugiadosa e densa, quasi lattea, che si rovescia sulle geometrie di "Put Me To Sleep", potrebbero far venire in mente (era già accaduto con la Casa del Mirto) mostri ormai sacri della premiata bottega chillwave del rango di Washed Out, Neon Indian o Memory Tapes, al pari di M83 (per i quali Remiddi aprirà il concerto italiano), Mgmt (sentite "Unless You Speak From Your Heart", hit potenziale) o di certe invenzioni di Daniel Lopatin. Legami e similitudini senza alcun dubbio credibili, ma occorre aggiungere che il canzoniere spremuto da "Strange Weekend" brilla e convince per la sua compiutezza in sé, per la forza di un'ispirazione gagliarda e originale.




"Strange Weekend" si propone così come una sorta di manifesto paradossale: è questo infatti il dream-pop immaginato da corrieri cosmici in pantofole nella solitudine metropolitana dei loro monolocali in subaffitto. È questo il suono abulico e tenerissimo della nostra solitudine disperatamente autosufficiente. In punta di piedi, sussurrato con la voce bassa (per non disturbare gli altri inquilini) e con le persiane abbassate. Che sia giorno o notte poco importa. Le città non dormono mai.

 - 2013 -
Era l’ispirazione la vera forza dell’esordio di Mauro Remiddi (aka Porcelain Raft), per una
esuberante scrittura lirica, che adagiava nelle braccia accoglienti del dream-pop una melanconia in bilico tra melodramma e poesia noir. Il tutto, per un songwriter regalato al mondo della pop music, ma di quella pop music che parla alla gente dei suoi ardori e dei suoi dubbi, una voce familiare in un mondo che corre sempre più veloce e stritola con il suo ritmo urbano i sogni residui. Nel suo secondo progetto i synth fanno spazio a piano e archi, allargando lo spettro di colori e toni: “Permanent Signal” è infatti un album che conferma tutte le emozioni dell’esordio “Strange Weekend”, ma con sfumature oniriche e riverberi umani. Il tono più riflessivo e sognante di questo nuovo capitolo della ricerca sonora di Porcelain Raft  non è un atto remissivo, ma è il frutto di una consapevolezza e di una volontà di esprimersi attraverso un suono meno definito ma emotivamente più presente. 

Le vibrazioni psichedeliche di “Minor Pleasure” sono una piacevole novità, un nuovo viatico che l’artista percorre per raggiungere nuove soluzioni sonore: è quasi un incontro tra le evoluzioni lisergiche degli Spiritualized e l’evoluzione del glam nelle lande berlinesi quello che anima anche “Five Minutes From Now”. C’è del nuovo anche in “Cluster”, dove le chitarre avvolgono una materia grezza e informe, per poi trasformarla in un insieme di accordi sognanti e ipnotici, tutto diventa per un attimo più fisico. 
Emozioni più semplici sono ancora presenti e offrono conforto al suono più cupo e triste che caratterizza “Permanent Signal”: ariose melodie (“Open Letter”) e raffinati momenti introspettivi affidati al piano e a una solitaria tromba (“I Lost Connection”) allentano la tensione che “The Way Out” e  “It Ain't Over” mettono in gioco con distorsioni electro-rock. Archiviando due suggestivi momenti di relax che aprono e chiudono l’album (“Think Of The Ocean” e “Echo”) resta da segnalare un'incursione nel territorio dei Beach House e dei Radiohead, con la romantica e profonda “Night Birds”.


“Permanent Signal” non indugia nelle luminose melodie dell’esordio; il tono più dimesso ha infatti la stessa consistenza degli How To Dress Well e dei Deptford Goth, anche se Mauro Remiddi frequenta maggiormente il pop e la new wave anni 80, sfoggiando un candore che riesce a far luce sotto la coltre di polvere e indifferenza che aleggia in modo sinistro sulle sorti della musica moderna.


Fonte ondarock.it

lunedì 7 ottobre 2013

Robert Capa in Italia.

Robert Capa in Italia
1943 - 1944


Il settantesimo anniversario dello sbarco degli Alleati con le foto  del grande fotoreporter di guerra in mostra al Museo di Roma Palazzo Braschi.
03/10/2013 - 06/01/2014


Robert Capa, 1942.
Considerato da alcuni il padre del fotogiornalismo, da altri colui che al fotogiornalismo ha dato una nuova veste e una nuova direzione. Robert Capa il famoso fotografo ungherese, pur non essendo un soldato, visse la maggior parte della sua vita nei campi di battaglia, seguendo i cinque maggiori conflitti mondiali: la guerra civile spagnola, la guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra arabo-israeliana del 1948 e la prima guerra d’Indocina.

Settantamila foto scattate in quasi quarant’anni di vita. Questa è l’eredità custodita a New York, all’International Center of Photography. Da questo enorme patrimonio il fratello Cornell e il biografo di Capa Whelan hanno selezionato 937 foto, tra le più caratteristiche ed importanti che hanno dato vita a tre serie identiche – le master Selection I, II e III - ognuna completa di tutte le immagini, conservate a New York, Tokyo e Budapest.

Una selezione di 78 fotografie saranno ospitate dal 3 ottobre 2013 al 6 gennaio 2014 nel Museo di Roma Palazzo Braschi nella mostra “Robert Capa in Italia 1943 - 1944”.

Per l’occasione saranno utilizzati i nuovi ambienti espositivi, destinati esclusivamente alle mostre temporanee. Una volta ultimati i lavori di allestimento di tutti gli spazi recentemente restaurati, le sale espositive del palazzo saranno 58, distribuite su tre piani.

Questa importante esposizione, ideata dal Museo Nazionale Ungherese di Budapest e Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con il Museo Nazionale Ungherese di Budapest, il Ministero delle Risorse Umane d’Ungheria, il Fondo Nazionale Culturale, l’Istituto Balassi – Accademia d’Ungheria a Roma e l’Ambasciata di Ungheria a Roma. L’organizzazione è di Zètema Progetto Cultura e la cura di Beatrix Lengyel. Il catalogo è una coedizione del Museo Nazionale Ungherese di Budapest e Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia.

Una mostra – la cui tappa successiva sarà Firenze presso il MNAF Museo Nazionale Alinari della Fotografia dal 10 gennaio al 30 marzo 2014 - organizzata in occasione dell’Anno Culturale Ungheria Italia 2013 che coincide con il centenario della nascita di questo grande maestro della fotografia del XX secolo (1913–1954) e che racconta con scatti in bianco e nero il settantesimo anniversario dello sbarco degli alleati. Esiliato dall’Ungheria nel 1931, inizia la sua attività di fotoreporter a Berlino e diventa famoso per le sue fotografie scattate durante la guerra civile spagnola dal 1936 al 1939. Quando arriva in Italia come corrispondente di guerra, ritrae la vita dei soldati e dei civili, dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio: un viaggio fotografico, con scatti che vanno da luglio 1943 a febbraio 1944 per rivelare, con un’umanità priva di retorica, le tante facce della guerra spingendosi fin dentro il cuore del conflitto.

Le immagini colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza e per l’empatia che scatenano in chi le guarda. Lo spiega perfettamente John Steinbeck in occasione della pubblicazione commemorativa di alcune foto di Robert Capa


 “Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino.

Ed è così che Capa racconta la resa di Palermo, la distruzione della posta centrale di Napoli o il funerale delle giovanissime vittime delle Quattro Giornate di Napoli. E ancora, vicino a Montecassino, la gente che fugge dalle montagne dove infuriano i combattimenti. E i soldati alleati, accolti a Monreale dalla gente, o in perlustrazione in campi opachi di fumo.

Settantotto fotografie nelle quali l’obiettivo di Capa mostra una guerra subita dalla gente comune, piccoli paesi uguali in tutto il mondo ridotti in macerie, soldati e civili vittime della stessa strage.

Così Ernest Hemingway, nel ricordare la scomparsa, descrive il fotografo:


”Ѐ stato un buon amico e un grande e coraggiosissimo fotografo. Era talmente vivo che uno deve mettercela tutta per pensarlo morto.”

Foto, famose in tutto il mondo, che raccontano a modo loro la vita.

Alcuni suoi scatti.


Robert Capa.
'Donna tra le rovine di Agrigento',
17-18 luglio 1943.

Robert Capa.
 'Benvenuto alle truppe americane a Monreale',
23 luglio 1943.

Robert Capa.
'Soldato americano in perlustrazione nei dintorni di Troina',
4-5 agosto 1943.

Robert Capa.
'Soldati americani a Troina, nei pressi della cattedrale di Maria Santissima Assunta',
dopo il 6 agosto 1943

Robert Capa.
'In coda per l’acqua in una via di Napoli',
ottobre 1943.


Fonte museodiroma.it


Robert Capa


Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernő Friedmann (Budapest, 22 ottobre 1913 – Provincia di Thai Binh, 25 maggio 1954), è stato un fotografo ungherese.
I suoi reportage rendono testimonianza di cinque diversi conflitti bellici: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d'Indocina (1954). Capa documentò inoltre il corso della seconda guerra mondiale a Londra, nel Nordafrica e in Italia, lo sbarco in Normandia dell'esercito alleato e la liberazione di Parigi. Il fratello minore di Capa, Cornell, è stato anch'egli un fotografo.

Bio
Nato in Ungheria, Capa abbandona in giovane età la terra natale a causa del proprio coinvolgimento nelle proteste contro il governo di estrema destra; milita nel Partito Comunista locale. L'ambizione originaria di Capa è di diventare uno scrittore, ma l'impiego presso uno studio fotografico a Berlino lo avvicina al mondo della fotografia.
Nel 1933 lascia la Germania alla volta della Francia a causa dell'avvento del nazismo (Capa era di origini ebraiche), ma in Francia incontra difficoltà nel trovare lavoro come fotografo freelance.
È in questo periodo che adotta lo pseudonimo di Robert Capa - per il suono più familiare all'estero e per l'assonanza con il nome del popolare regista statunitense Frank Capra - e fonda con altri l'agenzia fotografica Magnum Photos (1947); dal 1936 al 1939 si trova in Spagna, dove documenta gli orrori della guerra civile.

"Il miliziano colpito a morte"
'Il miliziano colpito a morte',
 Robert Capa. - 1936 -
Nel 1936, Capa diviene famoso in tutto il mondo per una foto scattata a Cordova, dove ritrae un soldato dell'esercito repubblicano colpito a morte da un proiettile sparato dai franchisti. Questa foto è tra le più famose fotografie di guerra mai scattate. Fu pubblicata, per la prima volta, sulla rivista VU, poi su Life, sul Picture Post e poi migliaia di altre volte.
La foto è stata al centro di una lunga diatriba in merito alla sua presunta non autenticità. In base al lavoro svolto dallo storico della fotografia Ando Gilardi, che ha analizzato, nei primi anni '70, i negativi originali di Capa. Il quotidiano di Barcellona "El Periodico de Catalunya" avrebbe accertato che la celebre foto fu scattata nei pressi di Cordova, in Andalusia, nel villaggio di Espejo, e non nella località di Cerro Muriano, come affermato da Robert Capa.
Il quotidiano, inoltre, precisa che le due località si trovano a 50 km di distanza, con il decisivo particolare che a Espejo, nei giorni in cui venne scattata la foto, non si sarebbe svolto alcun combattimento tra i miliziani repubblicani e le forze fasciste agli ordini di Francisco Franco. La foto di Capa sarebbe stata scattata ai primi di settembre del 1936, quando Espejo era ancora nelle mani delle forze repubblicane, mentre una battaglia era invece in corso a Cerro Muriano. Solo a fine settembre si registrò qualche scontro isolato a Espejo, peraltro senza vittime.
A metà degli anni '90 si diffuse, poi, la notizia che il miliziano ritratto da Capa fosse un anarchico, tale Federico Borrell García, il quale sarebbe morto effettivamente in combattimento, ma non in campo aperto come nella celebre foto, bensì dietro un albero. A sostegno della tesi dell'inautenticità è anche un libro dello studioso José Manuel Susperregui, "Sombras de la fotografia" (Ombre della fotografia), in cui si afferma che l'immagine sarebbe stata scattata con una Rolleiflex, appartenuta alla compagna di Capa, la fotografa comunista tedesca Gerda Taro, morta a 27 anni nel 1937 nei pressi di Madrid (a Brunete, schiacciata durante un errore di manovra di un carro armato 'amico'), mentre Capa in quel periodo fotografava probabilmente con una Leica ed in seguito con una Contax. I negativi prodotti da questi due apparecchi non sono compatibili con la Rolleiflex, apparecchio medio formato che impiega pellicola in formato 120/220 su cui imprime immagini quadrate di dimensioni 56×56 mm (formato detto anche 6x6). Leica e Contax sono invece apparecchi piccolo formato che impiegano pellicola in formato 35mm su cui imprimono immagini rettangolari di dimensioni 24x36mm e rapporto altezza/base pari a 2:3. Ancora a sostegno di questa tesi, esistono anche video che sarebbero frutto di ricerche digitali e geo-morfologiche, effettuate per un documentario tedesco sulla figura di Capa.
Di per sé, l'eventuale inautenticità della foto nulla toglierebbe al valore storico che essa ha acquisito come simbolo dei soldati lealisti morti durante la guerra civile spagnola.
A favore dell'autenticità vi sono d'altro canto lunghe ricerche storiche condotte dal biografo di Capa Richard Whelan. Il miliziano sarebbe, in effetti, l'unico morto quel giorno, Federico Borrell Garcia, morto effettivamente a Cerro Muriano, nei pressi di Cordova, nel 1936, e la notizia sarebbe registrata negli archivi ufficiali.
La mostra di fotografie di Robert Capa e Gerda Taro che s'è tenuta al Forma di Milano, dal 28 marzo al 21 giugno 2009, ha presentato ulteriore materiale a sostegno dell'autenticità della foto.
A chi poneva domande su quella foto, Capa rispondeva:

 "Per scattare foto in Spagna non servono trucchi, non occorre mettere in posa.
Le immagini sono lì, basta scattarle. La miglior foto, la miglior propaganda, è la verità."

Molte delle foto di Capa della Guerra civile spagnola furono, per molti decenni, ritenute perdute, ma riemersero a Città del Messico alla fine degli anni 1990. Mentre fuggiva dall'Europa nel 1939, Capa aveva perso la raccolta, che nel tempo fu soprannominata la "valigia messicana". La proprietà della raccolta fu trasferita alla Capa Estate, e nel dicembre 2007 passò all'International Center of Photography, il museo fondato dal fratello minore di Capa, Cornell, a Manhattan.

Allo scoppio del Secondo conflitto mondiale Capa si trova a New York, dove si era recato in cerca di lavoro e in fuga dalle persecuzioni anti-ebraiche; la guerra lo trova assegnato in diversi teatri dello scenario bellico. Inizialmente fotografa per il Collier's Weekly, per poi passare a Life.

La Seconda guerra mondiale: Capa in Sicilia
'Slightly out of focus', Robert Capa. - 1947 -
Nel luglio del 1943 raggiunge la Sicilia. Il grande reportage di Robert Capa sullo sbarco Anglo-Americano in Sicilia iniziò con un volo in paracadute, in perfetto stile bellico. Oltre alle immagini, Robert Capa ci ha lasciato le sue memorie in un diario pubblicato nel 1947 con il
titolo Slightly out of focus (tradotto ed edito in Italia da Contrasto nel 2002 con il titolo Leggermente fuori fuoco). Nel suo diario, Capa, fotoreporter al seguito dell'esercito americano, riporta gli avvenimenti cruenti a cui assiste, racconta le fatiche di un'esperienza avventurosa e descrive la sensazione di vuoto e di angoscia che lo prende assistendo ai combattimenti: in particolare, proprio nelle settimane dell'Operazione Husky in Sicilia e della conseguente ritirata dei militari italiani e tedeschi. Il suo racconto, molto avvincente, rievoca gli avvenimenti della sua vita dall'estate del 1942 alla primavera del 1945.
Dopo un anno di lavoro nel Nord Africa, seguendo le truppe americane e appena licenziato dalla rivista Collier's Weekly, per la quale aveva inviato foto dall'Algeria e dalla Tunisia, Robert Capa si apprestò senza indugi a lasciare Tunisi e a farsi lanciare con il paracadute in Sicilia, avendo saputo che gli anglo-americani si stavano preparando a invadere l'isola. Era il luglio del 1943 e a bordo di un piccolo aereo con pochi soldati Capa arriva in Sicilia: di notte si lancia col suo paracadute, atterra su un albero, dove rimane sino all'indomani, quando gli altri tre paracadutisti che erano con lui lo trovano e lo aiutano a scendere. Il gruppo si incammina attraverso un bosco e giunge in una fattoria dove viene accolto da «un anziano contadino siciliano in lunga camicia da notte» che subito fraternizza con loro e li ospita per tre giorni, fin quando arrivano i militari della prima divisione americana. Unitisi a loro, Capa e i suoi compagni, possono avanzare verso gli importanti obiettivi militari della campagna di Sicilia.
Lungo il percorso Capa scatta numerose foto. Dopo tre settimane dallo sbarco, gli americani si avvicinano al capoluogo dell'isola. Ricorda Capa:

 «Eravamo alla periferia di Palermo i tedeschi erano stati isolati e ciò che restava delle forze italiane non aveva intenzione di combattere. La jeep che mi ospitava, seguiva i primi carri della seconda divisione corazzata lungo il percorso verso il centro della città. La strada era fiancheggiata da decine di migliaia di siciliani in delirio che agitavano fazzoletti bianchi e bandiere americane fatte in casa con poche stelle e troppe strisce. Avevano tutti un cugino a "Brook-a-leen". Ero stato all'unanimità riconosciuto come siciliano dalla folla in festa. Ogni rappresentante della popolazione maschile voleva stringermi la mano, le donne più anziane darmi un bacio e le più giovani riempivano la jeep di fiori e frutta. Nulla di tutto ciò mi fu di un qualche aiuto per scattare fotografie».

Giunto a Palermo, Capa, fotoreporter licenziato, invia le sue foto a Life convinto che la rivista americana «non avrebbe potuto certamente farne a meno» e sentito che la 1ª Divisione di Fanteria (USA) stava combattendo da qualche parte in mezzo alla Sicilia, si avvia alla ricerca della nuova battaglia da fissare sulla pellicola. Gli americani stavano combattendo a Troina nell'interno dell'isola e avevano notevoli difficoltà ad espugnare il paese difeso da soldati italiani e tedeschi che opponevano una strenua resistenza. I combattimenti durarono sette giorni. La ritirata e la resa avvennero solo dopo feroci bombardamenti aerei che distrussero gran parte del centro abitato della piccola cittadina.

Furono giorni di intenso lavoro per Capa che realizzò su quelle isolate montagne alcune foto che diventeranno tra le più famose della sua carriera, fra queste quella che vede il soldato americano accovacciato e il contadino che gli indica la strada scattata a Sperlinga in contrada Capostrà dove esiste una targa ricordo di quel momento, ma anche di profondo risentimento per tutto quello che gli accadeva intorno: «Era la prima volta che seguivo un attacco dall'inizio alla fine ma fu anche l'occasione per scattare ottime foto. Erano immagini molto semplici. Mostravano quanto noiosa e poco spettacolare fosse in verità la guerra. Il piccolo, bel paesetto di montagna, era completamente in rovina. I tedeschi che lo avevano difeso si erano ritirati durante la notte abbandonando alle loro spalle molti civili italiani, feriti o morti. Ci eravamo distesi per terra nella piccola piazza del paese, di fronte alla chiesa, stanchi e disgustati. Pensavo che non avesse alcun senso questo combattere, morire e fare foto, quando il generale Theodore Roosevelt Jr., sempre presente dove la battaglia era più dura, si avvicinò e puntando il suo bastone verso di me disse: "Capa al quartier generale di divisione c'è un messaggio per te. Dice che sei stato assunto da Life". Ripartito da Troina per Palermo e poi documentando ancora la guerra sino allo sbarco in Normandia, Robert Capa porterà con sé il suo convincimento amaro sulla natura della guerra: «Un inferno che gli uomini si sono fabbricati da soli». Convincimento che gli eventi siciliani avevano confermato e rafforzato.
Il 6 giugno 1944 partecipa al sanguinoso sbarco del contingente americano ad Omaha Beach, in Normandia. La maggior parte delle foto scattate durante lo sbarco andò perduta per un errore del tecnico di laboratorio addetto allo sviluppo (Larry Burrows, anch'egli divenuto fotografo di fama mondiale e morto anch'egli in Viet Nam, negli anni settanta; scamparono alla distruzione solo undici fotogrammi danneggiati, che trasmettono comunque tutta la terribile drammaticità dei momenti del D-Day.

Il dopoguerra e la morte.
Nel 1947 a Parigi fonda - assieme a Henri Cartier-Bresson, David "Chim" Seymour e George Rodger e William Vandivert - l'agenzia cooperativa Magnum, diventata una delle più prestigiose agenzie fotografiche.
Capa era famoso anche per la sua temerarietà, che lo aveva portato ad andare all'attacco con la prima ondata nello Sbarco in Normandia e a paracadutarsi da un aereo assieme ai militari professionisti per ritrarre da vicino l'attraversamento del Reno.
La sua passione e la sua vita, l'amore per la fotografia, lo porta a morire nel 1954 durante la Prima Guerra d'Indocina, al seguito di una squadra di truppe francesi, dietro il tenente colonnello Jean Lhpelle incaricato di evacuare e distruggere due fortini a sud est di Hanoi, sulla via del ritorno scattò le ultime sue foto prima dell'incidente che gli costò la vita, salì su un terrapieno di destra per fotografare una colonna in avanzamento sulla radura, salito sul terrapieno posò il piede su una mina che lo avrebbe ucciso.

Filmografia.
'I 400 milioni' documentario di Joris Ivens (1939) - direttore della fotografia.
'Tentazione' (Temptation) di Irving Pichel (1946) - attore.
'Notorius, l'amante perduta' (Notorious) di Alfred Hitchcock (1946) - fotografo di scene.
'Il tesoro dell'Africa' (Beat the Devil) di John Huston (1953) - fotografo di scene.
'Robert Capa, l'Homme qui voulait croire à sa légende' documentario di Patrick Jeudy, 2004.

Fonte wikipedia

venerdì 4 ottobre 2013

Franco Carlisi a Mestre.

Quando la strada non è segnata. Franco Carlisi a Mestre.

Ingegnere convertito alla fotografia, Franco Carlisi espone al Centro Candiani di Mestre, fino al 6 ottobre, una antologia dei suoi scatti. Rivolti nientemeno che all’umanità.

Di Adriana Scalise

Franco Carlisi. -Ritratto-
La realtà non esiste, se esistesse non sarebbe comprensibile, se fosse comprensibile non sarebbe spiegabile”. 

Comincia col citare Gorgia di LentiniFranco Carlisi (Grotte, 1963), nel presentare il suo lavoro al Candiani di Mestre. Un omaggio alla sua terra, verso la quale nutre un sentimento di riconoscenza e d’amore che trasuda da ogni suo scatto fotografico. Fotografie che l’autore definisce “epifanie”, cioè esternazioni visive che racchiudono tutte insieme e separatamente le stratificazioni esperienziali e visionarie di un ingegnere che divenendo fotografo si è scoperto pure filosofo.
Ma Franco Carlisi si schermisce dietro le auliche “rimembranze” proustiane e preferisce definirsi semplicemente un “interprete” della società, o meglio dell’umanità, che ripropone nelle “istantanee lunghe” – secondo una felice definizione dei suoi mossi – a cui riesce a imprimere la sua personalissima cifra stilistica. La mostra si presenta come un’ampia antologia della produzione artistica che Carlisi ha realizzato nel corso degli anni e raccolto in interessanti volumi fotografici.


Alcune sue opere: 'Umanità'















Fonte artribune.com

Mostra e testi a cura di Giusy Randazzo


orario:
venerdì 15.30 - 19.30
sabato e domenica 10.30 - 12.30 e 15.30 - 19.30
chiuso dal lunedì al giovedì
aperture straordinarie: mercoledì 11 e giovedì 12 settembre 15.30 - 19.30

sala espositiva secondo piano
ingresso libero

Di' tutta la verità ma dilla obliqua -
il successo sta nell'aggirare
Troppo luminosa per il nostro piacere infermo
la sorpresa superba del vero 
Come il fulmine reso familiare ai bambini
Con spiegazione affettuosa
la verità deve abbagliare gradualmente
o tutti saremmo ciechi - 

(E. Dickinson, Poesia n. 1129)


Umanità

Il viaggio visionario che ci propone Franco Carlisi non tradisce la realtà trasfigurandola, semmai l'attraversa illuminandola, cogliendo l'evento nella sua intima rivelazione. A noi giunge obliquamente, però, protetto dal gioco costante di riflessi, di rimandi, di riverberi che complicano la geometria dell'immagine e rendono la composizione articolata ed eterogenea. È la bellezza ad accompagnarci nella lettura e a farci afferrare l'implicito. Anche soltanto per un momento. Quattro le sezioni di questa mostra, per tre lavori in cui il gesto fotografico ricapitola la migliore tradizione e la supera innovandola nell'approccio, nello stile, nella tecnica e nella ricerca del vero. Carlisi non narra l'angoscia, la morte, il dolore, se non attraverso la gioia di vivere con tutte le contraddizioni che essa contiene, le quali diventano suggestioni, accenti enigmatici, rifrazioni, bagliori, che consentono a ogni osservatore di leggere le immagini a partire sempre dal proprio vissuto. Ci si sente a casa guardando queste fotografie. È la nostra personale memoria a riconoscerle. Sono lì i nostri sentimenti, le nostre debolezze, la nostra allegria, la nostra tristezza, la nostra caducità, la nostra resistenza, persino l'ultima, come recita la didascalia di una foto. Le linee morbide del fuori fuoco o la narrazione fantasmatica dell'open flash o la discrezione del mosso restituiscono la possibilità di una lettura sempre diversa, sempre nuova, sempre personale, pur conservando un accento universale che parla del mondo, delle sue emozioni e poi delle fragilità, della melanconia, della serietà, della leggerezza di certa umanità semplice che sa abitare la terra.
La ricerca costante delle sfumature di grigio, i contorni indefiniti, la luminosità del buio rivelano un'artisticità che, per quanto non voluta e non pensata, ha mosso la mano, ha diretto lo sguardo, ha colto l'imprevisto. Ma anche nei colori, l'implicito, il connotativo rimane un segno forte, anche se non totalizzante; è intimamente legato al livello indiziale, non vuole funzionare latentemente in modo manipolatorio, piuttosto dare all'osservatore la possibilità di una decodifica franca, soggettiva ma organica e profonda. Qui è la bellezza a dirigere lo sguardo, semmai, a suggerire la via della riflessione. Scuote, genera il dubbio, rende consapevoli delle proprie credenze, ci coglie sorpresi e persino impreparati. Una bellezza indubitabilmente etica, perché è del nostro ethos che narra, qualunque cosa esso sia: carattere, comportamento, temperamento, costume, abitudine, gestualità. Di noi umani, come noi siamo, come noi non possiamo che essere, come noi non possiamo che essere necessariamente quando nasciamo e cresciamo in un contesto preciso. Così nel Valzer di un giorno (IV sala) culture, tradizioni, usanze, memorie, consuetudini si fondono in una spirale emotiva che -attraverso le singole azioni, i più piccoli turbamenti, l'orgoglio di un momento sognato, la fatica incisa nel corpo antico, la fedeltà alla terra amata, il rispetto ai sacri penati- percorre la storia di un popolo. Con Iavaivoi (II sala) il figurativo spesso abdica del tutto, ma ancora una volta Carlisi non tradisce la realtà e non rompe il patto di lealtà con l'osservatore, piuttosto offre una visione potente che scava nell'evento, magnificando i gesti e i paesaggi, donando a essi l'aura dell'opera d'arte. Eppure è la carne qui che parla sopra ogni cosa, che racconta di Davide e Claudia, del loro felice legame e attraverso esso descrive la gioia della povertà, quando non è miseria, quando si fa amore per le piccole cose e trasfigura in bellezza persino ciò che bello non è. Non soltanto osserviamo le fotografie, ma riusciamo anche ad ascoltarle, perché un ritmo intride le immagini, unisce la narrazione e restituisce l'intensità dell'amore dei due giovani. E poi il terzo lavoro, Umanità, da cui il titolo della mostra (I sala). La caravaggesca capacità di costruire la luce con i toni di nero è evidente. Le suggestioni che offrono le immagini non lasciano scampo a chi vorrebbe destinare soltanto uno sguardo alla visione, poiché costringono ogni osservatore alla contemplazione delle faccende umane e a una riflessione su di esse. L'umanità qui ci guarda, ci racconta di noi quel che di noi stessi non sappiamo, della potenza del nostro sorriso, della nostra capacità di volare quando siamo felici, della nostra tenerezza verso la fragilità dell'infanzia e della vecchiaia, della sensualità e dell'allegria della nostra nudità, della profondità arricchente dei nostri sguardi. Di nuovo noi. Noi e la nostra vita. Noi e la nostra storia. Noi e la nostra memoria. Noi protagonisti, noi decifranti, noi fotografi della nostra vicenda esistenziale. Per tal motivo, nella III sala -Lumina-, al visitatore è offerta una torcia: per sviluppare da solo le fotografie, per incontrare lo stesso istante -gravido di bellezza, imprevisto eppure atteso- che ha incontrato Carlisi e per percepire l'emozione di lui quando, nel battito d'ali di un colibrì, ha deciso di cristallizzarlo in queste immagini. E farcene dono. Un'esperienza intensa che restituisce all'osservatore l'importanza della sua fruizione, per se stesso e per tutti i significati che attraverso lui giungeranno al mondo.

Giusy Randazzo

Bio.

Franco Carlisi è nato nel 1963 a Grotte (AG). Laureato in Ingegneria Elettrica a Palermo, ha cominciato a dedicarsi alla fotografia nel 1994. In questi anni ha svolto la sua attività fotografica prevalentemente nei paesi del bacino del Mediterraneo e nella sua isola, alternando la necessità della testimonianza all'uso diaristico e introspettivo del mezzo fotografico. È interessato alla definizione di nuovi spazi estetici e concettuali evocati tramite la contaminazione dei linguaggi. La continua propensione alla sperimentazione ha condotto la sua ricerca verso approdi innovativi ed espressionistici. Dal 2006 dirige la Rivista di immagini e cultura fotografica Gente di Fotografia. Ha al suo attivo numerose mostre personali e collettive. I suoi lavori sono stati esposti in Inghilterra, Francia, Austria, Germania, Russia e Marocco. 

Principali mostre personali
Museo d'Arte Contemporanea di Samara (Confederazione russa), 2013; R-Evolution, Barletta. Rassegna FIOF 2012; Reloveution, Foiano Fotografia. XIV Rassegna Internazionale di Fotografia, 2012; Centro per l'Arte Contemporanea Dialog di Novgorod (Russia), 2012; Primo Biennale Internazionale d'Arte di Casablanca, 2012; Festival Rovereto Immagini, 2012; Festival Corigliano Calabro Fotografia, 2012; Padiglione Italia della 54° Esposizione internazionale d'Arte La Biennale di Venezia, 2011; Festival Una penisola di luce, Sestri Levante 2011; Premio Marco Bastianelli, miglior libro fotografico 2011; Festival Europeo, Varese 2010;  Fotofestival, Fabriano 2010; Fabbriche Chiaramontane, Agrigento 2010; Festival Rovereto Immagini, 2009; Manege Museum, S. Pietroburgo (Russia) 2009; Rassegna Approssimazioni, Villanova Monteleone (SS) 2008; Marghera Fotografia, 2008. Officine Fotografiche, Roma 2007; Festival Internazionale di Roma, 2007; Voci del Sud, 2006. Kontakthof, Catania 2006; Progetto Fotografia Sicilia, Accademia Abadir 2006; Fondazione Leonardo Sciascia, 2006; Roma Rock & Frigo, 2005; Milano al Cubo, 2005; Festival Internazionale della Fotografia di Roma, 2004; Festival Internazionale del Teatro delle Ombre di Poggibonsi, 2004; Fotoforum, Innsbruck (Austria) 2004; Palazzo Medici Riccardi, Firenze 2004; Talent Photo Europe, FNAC Montparnasse, Parigi 2003; Festival des Rencontres d'Arles, Francia 2003; Galleria Arbeiterfotografie, Colonia (Germania) 2002; 16° Internazionale Photoszene, 2002;Venezia Immagine, 2002; Crescendo, Palazzo Massimo, Roma 2002; S.I.C.O.F., Milano 2001; Alberobello Fotografia, 2000; Galleria Arti Visive, Bari 2000; Galerie des Arcs, Cortona 2000; Che vuol dire per sempre? Università di Cambridge (GB) 1999. 

Principali pubblicazioni.

'Il valzer di un giorno', Polyorama, Modena 2010.
'Riti di passaggio', Manege Museum di Pietroburgo (RU), 2009.
'Paesaggio in attesa', Lussografica, Caltanissetta 2009.
'Iavaivoi', Gente di Fotografia, Palermo 2005.
'Dispersione', Amici della Pittura Siciliana dell'Ottocento, Agrigento 2005.
'Crescendo', Cameraoscura, Roma 2001.
'Altari di Sassi', Gente di Fotografia, Palermo 2001.
'Leonardo Sciascia e la dimensione della memoria', Modia, Caltanissetta 2000.
'Il tumulto del cuore nella luce smarrita', Centro Culturale "Pier Paolo Pasolini", (AG) 1999.
'Che vuol dire per sempre', Artstudio, Agrigento 1998.
'Itinerari fotografici nella Valle dei Templi', Pra, Agrigento 1997.
'Rahal', Modia, Caltanissetta 1997.

Fonte  centroculturalecandiani.it

mercoledì 2 ottobre 2013

Mark Stewart Live: giovedì 17 ottobre 2013 al 'Black out rock club' (Roma).

Mente libera del post-punk e penna tra le più pungenti del rock 
presenta il suo nuovo album Exorcism of Envy!

Mark Stewart

Giovedì 17 Ottobre 2013

special guest: MC BROTHER CULTURE

TRE DATE IN ITALIA AD OTTOBRE PER UNA DELLE FIGURE CHIAVE DELLA DUBSTEP MONDIALE, TORNATO’ CON UN DISCO PIENO DI COLLABORAZIONI DI SPICCO!  
Con una line-up rinnovata, che presenta la collaborazione di Dan Catsis del The Pop Group (mitica band guidata da Stewart negli anni ’80) alla chitarra e Arkell & Hargreaves alla sezione ritmica (provenienti dai True Tiger / Submotion Orchestra) e l’apporto dei beat di MC Brother Culture del collettivo On-U Sound, torna per tre date in Italia Mark Stewart a presentare i suoi ultimi lavori: spaziando da “The Politics of Envy” alla selvaggia violenza sonora del suo compagno “Exorcism of Envy”, il pioniere post-punk di Bristol ci stordirà con il suo muro di suono.
Il suo ultimo lavoro, il già citato “The Politics of Envy” è il frutto di collaborazioni che includono Richard Hell, Lee “Scratch” Perry, Daddy G dei Massive Attack, i Primal Scream, i Factory Floor, Douglas Hart dei Jesus & Mary Chain, Youth dei Killing Joke, e Keith Leven dei PiL e The Clash. Il gota della musica inglese alternativa degli ultimi trenta anni.
Mark Stewart è una ricetrasmittente di cultura pop, che l’ha guidato e trasportato alla concezione e poi alla rivoluzione della dubstep e del post step, incorporandoli nel suo sound e imbevendoli della violenza punk e post-punk delle sue origini. Un vero e proprio maestro per centinaia di seguaci in questi ultimi trenta anni, e che ha scritto pagine fondamentali della storia della musica britannica e non solo.

BLACK OUT ROCK CLUB
Via Casilina 713, 00177 Roma
Info Line: 06.24.15.047
Email:
info@blackoutrockclub.com
Ufficio Stampa:
YORPIKUS SOUND.NOEGO // Press Giulia Agostinelli – pressnoego@gmail.com


Fonte: blackoutrockclub.com



Il funk-punk d'assalto
di Francesco Nunziata



Cresciuti nell'irrequieta Inghilterra dei 70, Mark Stewart e soci non hanno certo tenuto fede al nome: le loro sonorità incendiarie, in bilico tra punk e funk, dub e free-jazz, erano in grado di "trasformare il palco in un inferno"


Bristol, capoluogo della contea di Avon, Inghilterra. Siamo intorno alla metà degli anni '70. Con le navi che attraccano nel porto, non arrivano soltanto merci di ogni tipo, ma anche un buon numero di vinili stravaganti, soprattutto di artisti "funk". Mark Stewart, nel 1975, ha appena 14 anni, ma non disdegna di gironzolare in giro per i numerosi locali della città, in cerca di novità e di svago. Come ricorderà anni dopo in una intervista al New Musical Express: "Andavamo nei club per ballare i dischi di T-Connection, BT Express, Fatback Band. insomma, tutte quelle mostruose linee di basso. Poco dopo scoprii che un po' in tutte le città del Regno Unito c'erano ragazzi come me che amavano il funk e che vestivano alla maniera degli anni '50. Come me, inoltre, la loro era una sorta di reazione verso il cosiddetto "prog-rock", e, come me, quando arrivò il punk, ne seguirono immediatamente la scia". 

Fuori dai club, però, la situazione non era delle migliori. Una recessione economica senza precedenti stava impazzando come una tempesta indomabile. L'Inghilterra era allo sbando, e si cercavano le soluzioni politiche più adeguate per far fronte alla crisi. 

Stewart, nonostante la giovanissima età, stava sviluppando una forte coscienza politica, e, poco a poco, venne in contatto con i kids più maturi della zona. Ma l'idea che gli frullava nel "gulliver" (tanto per fare il verso al buon Alex di "Arancia Meccanica") era quella di mettere su una band, e dare così sfogo alle pieghe più recondite della propria anima. 

Nel frattempo, in quel di Londra, il punk aveva ormai lanciato la sua offensiva, e, come se non bastasse, la situazione politica continuava a sprofondare. Il Fronte Nazionale si era rafforzato, diventando una minaccia concreta. Gli scontri di Lewisham High Street non fecero altro che aumentarne la credibilità, tanto che - come ricorda Jon Savage nel suo "England's Dreaming"- venne elevato al rango di "difensore della libertà di parola e di unione" (!). Comunque, proprio dopo i fatti di Lewisham, iniziò il definitivo processo di "politicizzazione" del punk, in primis grazie all'operato dei Clash


The Pop Group
Ma ritorniamo a Bristol. Mark era finalmente riuscito a mettere su una band: galeotto fu un concerto dei Sex Pistols. Come lui, folgorati da quell'evento, Gareth Sager (chitarra, sassofono e pianoforte), John Waddington (chitarra), Bruce Smith (batteria) e Simon Underwood (basso). Decisero di chiamarsi "The Pop Group", ma non avevano nessuna intenzione di suonare "pop-music", no. nessuna intenzione. Quella è roba per ragazzini brufolosi, per gente che non ha voglia di ottenere il massimo da sé. Sentite cosa dice Sager a un giornalista del NME: "Credo che la gente sfrutti soltanto una minima parte delle sue potenzialità". E, ancora: "La gente crede che il rock abbia qualcosa a che vedere con la ribellione giovanile. E' patetico! Il rock significa prendere coscienza della realtà. Noi vogliamo aprire la gente a nuove esperienze. Il rock, infatti, è una celebrazione della consapevolezza". 
Siamo lontani anni luce da quelle che erano le premesse originarie del punk. La lezione di Strummer & C. è ben evidente, ma il Pop Group aveva una ideologia politica nettamente più definita e senza dubbio più radicale. Più vicini a Stewart e compagnia bella sono certamente le Slits, uno dei primi gruppi punk tutto al femminile. I destini delle due band furono talmente paralleli, che insieme fondarono l'etichetta "Y", mentre Bruce Smith, a un certo punto, divenne batterista in "comproprietà". 
The Pop Group,
'She Is Beyond Good And Evil'.
 - 1979 -
Nel loro approccio musicale e ideologico vi era una certa presa di posizione contro tutta la civiltà occidentale (si ricordino i versi "Western values means nothing to her", sul primo singolo dei nostri, "She Is Beyond Good And Evil"), e, di riflesso, una rivalutazione degli elementi "primitivi". Ecco allora venire in primo piano il "ritmo naturale" ("In The Beginning There Was Rhythm" fu il nome dello "split-single" pubblicato da Slits e Pop Group) e la cosiddetta "coscienza tribale" (la credenza che nelle società tribali dell'Africa non vi fossero alienazione e repressione). 

Questa "ideologia primitivista" considera la "danza" l'elemento cardine attraverso cui l'uomo si libera delle sue frustrazioni e delle sue angosce. Ecco, quindi, l'importanza delle strutture ritmiche di matrice "funk" e l'enfasi agit-prop in cui quelle strutture vengono diluite e quasi annientate, fino a diventare qualcosa di irriconoscibile, di imperscrutabile. La musica, nel caso della compagine di Bristol, si fa magmatica, tagliente, dionisiaca, totalizzante. Il "teatro della crudeltà" di Artaud sembra realizzarsi attraverso un assemblaggio sonoro che è quanto di più sconvolgente si possa immaginare nell'Inghilterra del tempo. Ma fondamentali per lo sviluppo musical-ideologico del Pop Group furono anche, e, forse soprattutto, la teoria della libidine di Wilhelm Reich (secondo la quale l'orgasmo è l'energia cosmica primordiale, capace di attuare la liberazione dell'uomo, il suo affrancarsi dalle costrizioni sociali), la rivolta situazionista, la poesia beat, l'avanguardia del movimento "Art And Language", la spiritualità-Zen di John Cage. E, nel loro tentativo di rendere le esibizioni live dei veri e propri happening, c'è senza dubbio la reminiscenza di certo teatro del '900, da Appia a Kantor, passando per Kaprow e Grotowski. In questo senso, definire il Pop Group una "rock-band" è alquanto riduttivo. 

Dopo una prima fase, passata suonando cover dei Modern Lovers e dei T-Rex, la band iniziò a sperimentare nuove e più complesse architetture armoniche. Spesso trascorrevano i pomeriggi ascoltando dischi di Sun Ra, Funkadelic, Captain Beefheart, Last Poets, Ornette Coleman, Miles Davis (soprattutto il periodo post-"Bitches Brew"), Can e di numerosi artisti "reggae". Esordirono al "Tiffany", nella loro Bristol. Era il 1978. E fu una vera e propria rivelazione, almeno per quelli che riuscirono a comprenderne la carica rivoluzionaria. 

La Radarscope Records intuì le loro potenzialità e li mise sotto contratto. Il primo frutto di questo matrimonio (tutt'altro che felice, a dire il vero) fu il singolo "She Is Beyond Good And Evil / 3.38", pubblicato nel 1979. Il lato A è una travolgente danza tribale, quasi un twist primitivista dalle tinte rumoriste e dub. Sul lato B, invece, trova spazio uno strumentale che chiama in causa i Can e strizza l'occhio ai This Heat

Nello stesso anno, i conservatori, guidati da Margareth Thatcher, vincono le elezioni, dando inizio a uno dei periodi più difficili della storia inglese. Il ridimensionamento dei poteri dei sindacati e la riduzione della spesa per l'assistenza statale (welfare state) furono soltanto le prime avvisaglie. 
The Pop Group, 'Y'. - 1979 -
Il Pop Group risponde pubblicando il suo primo 33 giri, Y, uno dei dischi più radicali, politicizzati e innovativi di tutti i tempi. Immaginate Ornette Coleman e James Brown che decidono di suonare insieme dopo essersi invaghiti del "dub" e di certe ritmiche tribali. Ecco, più o meno, questo è Y! Basta ascoltare la prima traccia, "Thief Of Fire", per rendersene conto: "avant-funk", se mai questo termine ha avuto un senso. Ma non solo. Qua e là, ghirigori dub, percussioni tribali, free-jazz granulare, frequenze radio, voli pindarici del sax e un canto che oscilla tra declamazioni agit-prop e urla cannibalesche. "Snowgirl" è una filastrocca degna dello Zappa più dissacratore, una strampalata poltiglia musicale imbrattata di free-jazz (c'è molto Cecil Taylor nell'utilizzo percussivo del pianoforte da parte di Sager) e funk minimale. Il dub e il funk vengono poi vivisezionati e resi subliminali su "Blood Money", illuminata da bagliori dissonanti alla Pere Ubu e martoriata senza pietà da ogni tipo di cacofonie, mentre il fantasma di Damo Suzuki si aggira liberamente tra le corde vocali di Stewart (avete presente "Peking O" su Tago Mago?). 

Il capolavoro del disco è senza dubbio "We Are Time", forse il funk più destrutturato di sempre. Le linee di basso sono corpose, possenti, come da tradizione; la chitarra stride, ruggisce, ulula; Smith macina una ritmica implacabile, ma tutt'altro che lineare, anzi, sempre pronta a seguire le evoluzioni vocali di Stewart. Il montaggio sonoro è spaventoso, ossessivo, lisergico, tanto che il brano finisce per crollare su se stesso, dilaniato da una mostruosa deflagrazione sonica (è questo l'esempio tangibile di come il Pop Group considerasse lo studio di registrazione al pari di un vero e proprio strumento). 

Dopo tanto sfacelo, sorge all'orizzonte lo scintillio timido di un pianoforte, che, tra richiami di corno e una voce che malinconicamente si proietta dentro lo spazio vuoto, sfiora le corde più sottili e vibranti dell'anima. Il paesaggio è desolato, oscuro, ma, nello stesso tempo, intimamente divino, tanto che "Savage Sea" sembra quasi essere una preghiera pagana. 

Si ritorna a macinare selvagge ritmiche funk su "Words Disobey Me", mentre il funk-jazz di "Don't Call Me Pain" innalza un'altra pregnante invettiva contro la società occidentale. Un lontano richiamo di corno apre "The Boys From Brazil", dove il tribalismo diventa nevrosi, paura, angoscia esistenziale. Le escursioni lancinanti del sax si fondono con il clima allucinato e con la ritmica spigolosa, dando vita a una spirale abissale, fittissima, eppure sorretta da una lucidissima visione d'insieme.



Le oscillazioni della chitarra, i suoi accordi glaciali e introspettivi - ancora memori dei maestri di Cleveland - disegnano gli anfratti desolati di "Don't Sell Your Dreams", trafitta dalle urla di Stewart e lasciata volteggiare nel vuoto, insieme con le assonanze e le dissonanze che ne costituiscono il fondo più criptico, più arcano. Le esplosioni imperiose della batteria, i barlumi di musica concreta, le disfatte strumentali: tutto contribuisce a innescare un corto circuito emotivo, un'estasi traumatica, prima che sopraggiunga il silenzio, risolto in una quotidianità fatta di rumori e di azioni alienanti. 

Capolavoro assoluto della new wave inglese, Y possiede tuttora una forza esplosiva e una carica dionisiaca impressionante. Il senso di paranoia che pervade i suoi labirinti lo avvicinano sicuramente ad altri grandi dischi del periodo, come il "Metal Box" dei P.I.L., "The Modern Dance" e "Dub Housing" dei Pere Ubu, "Half Machine Lip Moves" dei Chrome e "Half Mute" dei Tuxedomoon. L'utopia della rigenerazione dell'uomo, della sua definitiva liberazione dal rigido schematismo della vita sociale è, comunque, la caratteristica distintiva del Pop Group, e, in un certo senso, la sua giustificazione storica. 

Nei 9 tasselli che compongono questo disco leggendario, le fonti musicali più disparate vengono fuse e rielaborate nell'ottica di una rivoluzione permanente, là dove la magia rigeneratrice del "Living Theatre" incontra l'energia dissoluta del punk, la sfrontata frenesia sessuale del funk e l'intellettualismo metropolitano del free-jazz. La sintesi primitivista del Pop Group è senza dubbio uno dei lasciti più sublimi, irriverenti e lungimiranti della new wave tutta. 

Divenuti immediatamente una sensazione (forse più per le idee politiche che per il valore della loro musica), i nostri, dopo un diverbio con la Radarscope Records, decidono di passare alla Rough Trade, la storica etichetta fondata da Geoff Travis. Risolti i problemi contrattuali, nel 1980 pubblicano il loro secondo singolo, "We Are All Prostitutes", un bizzarro disco-funk proiettato in un caos di violini e di sassofoni impazziti. Sul lato B troviamo "Amnesty International Report On British Army Torture Of Irish Prisoners", un crepitante jazz rumorista sul quale Stewart legge il rapporto di Amnesty.



Il secondo 33 giri, For How Much Longer Do We Tolerate Muss Murder?, uscito nello stesso anno, si rivelerà essere il loro canto del cigno (da notare la magnifica copertina, sicuramente una delle più belle e significative di sempre). L'impatto politico è qui più diretto (certo il titolo non lascia alcun dubbio), e la musica, conseguentemente, si fa meno sperimentale, pur restando ostica e tutt'altro che di facile ascolto. La componente funk prende il sopravvento, mentre gli elementi free-jazz e tribali vengono, per così dire, dispersi nel tessuto armonico, diventando quasi del tutto irriconoscibili. 

Quanto detto è evidente fin dai due brani iniziali, "Forces Of Oppression" e "Feed The Hungry": si tratta di tessuti ritmici corposi e ossessivi, in cui il sax di Sager può disegnare le sue imprevedibili traiettorie e la solita chitarra rumorista di Waddington seminare dissonanze come fossero semi trasportati dal vento in mezzo a radure sconfinate. Il canto di Stewart, invece, si è fatto meno "schizoide": adesso non racconta più per metafore, declama, e lo fa con una passione dissoluta, eccessiva. C'è spazio, inoltre, per la bizzarra rilettura di "One Out Of Many ( E Pluribus Unum)" dei Last Poets; per il dub dilatato di "There Are No Spectators"; per il free-jazz abrasivo di "Communicate". Ecco, poi, l'agit-punk di "Rob A Bank", il baccanale di "Blind Faith" e le fragranze disco-music di "Justice". Qua è là, voce e sassofono sono, come al solito, trattati elettronicamente, in un modo in cui erano soliti operare i Chrome e i Throbbing Gristle.



L'avventura del Pop Group è ormai giunta alla fine. Ma c'è ancora tempo per immettere sul mercato We Are Time, che raccoglie materiale live, session radiofoniche e outtakes. Un'altra raccolta, We Are All Prostitutes, vedrà la luce nel 1998. 

Morto un papa se ne fa un altro.anzi, quattro! E così, sepolta la storica ragione sociale, la vecchia lezione fu mandata a memoria, con le dovute innovazioni e contaminazioni, dai Pig Bag del bassista Underwood, dai Rip Rig & Panic di Smith e Sager, dai Maximum Joy dell'altro chitarrista Waddington e dal Mark Stewart solista, coadiuvato dai Maffia (ex Tackhead).

"Eravamo tutti dei Rimbaud adolescenti, votati a trasformare il palco in un inferno


Gareth Sager

Fonte ondarock.it