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venerdì 27 settembre 2013

Francesco Magnelli, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo e Giorgio Canali gli ex dei CCCP/CSI al Pin Up di Mosciano Sant'Angelo il 5 ottobre 2013.

Dopo 15 anni Canali, Magnelli, Maroccolo e Zamboni ritornano assieme per riproporre il repertorio CSI con il progetto: 'ciò che non deve accadare ACCADE nessuna garanzia per nessuno'. Con loro anche Angela Baraldi (voce) e Simone Filippi (batteria).


Presso il Pin Up, un incontro destinato solo al piacere di ritrovarsi sullo stesso palco, per riproporre brani entrati ormai nella memoria collettiva, importanti per chi ascolta e per chi li esegue.
Una occasione unica per riascoltare il “suono CSI”, unico e mai ritrovato in nessun altro progetto musicale, e a cui il pubblico ha dimostrato sempre grande attenzione e partecipazione.

Massimo Zamboni sottolinea: un concerto, poche date uniche, assieme. Ci sono ottime motivazioni forti, per farlo. Scriveranno alcuni: “Reunion”, pazienza. Occorrerebbe maggior fantasia nel valutare, ma va bene così.
Sembra impossibile ritrovarsi, nell’Italia di oggi, dove tutto induce a perdersi, a rinchiudersi in storie private – che possono anche essere languorose e di soddisfazione – ma sempre più soltanto personali. E sempre più difficile è pronunciare una parola facile: “Noi”.
Noi, ci siamo. Senza nostalgie di futuro, senza progetto costituito, senza smanie, ci siamo perchè è bello esserci, e giusto. Abbiamo assistito a un degrado esasperante del nostro Paese, in questi quindici anni; ognuno di noi a suo modo ha dato una forma pubblica, condivisa, al malessere che governa tutti. Ciò che non doveva accadere, accade quotidianamente, in forma progressiva e asfissiante. “Nessuna garanzia per nessuno”, dicevamo in una nostra canzone, ragazzi, ricordate? Quello che sembrava impensabile, ansia d’artisti, oggi è pratica giornaliera. Fragorose, pesanti, monolitiche, apocalittiche, le nostre canzoni segnalano ancora le paure e le premonizioni del nostro declino.
Spegnere il video, uscire di casa, muoversi, vivere, sognare, ritrovarsi, guardarsi, esserci, noi, voi, è ancora una volta l’antidoto migliore.


Acquistare in prevendita conviene: 
Ingresso del concerto + dj set "Disco d'oRock" 14,00 euro in prevendita (+1,40 di diritti) 
Ingresso del concerto + dj set la sera dell’evento al botteghino 18,00 € 
Ingresso solo dj set "Disco d'oRock" dopo il concerto 8,00 euro compreso la consumazione

Fonte thepinup.it

Consorzio Suonatori Indipendenti


Il Consorzio Suonatori Indipendenti (o CSI) è stato un gruppo musicale italiano nato dalle ceneri dei CCCP Fedeli alla linea. Gli album saranno distribuiti dalla casa discografica fondata dai componenti del gruppo stesso, il Consorzio Produttori Indipendenti.
Dopo lo scioglimento del gruppo avvenuto nel 2001 alcuni ex-componenti dei C.S.I. confluiranno nei PGR.

Storia

Dopo la fine dei CCCP, con la caduta del muro di Berlino, quel che rimaneva dei CCCP originali (Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, il "nucleo emiliano")






 si incontra con il "nucleo toscano" in uscita dai Litfiba: Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, che già avevano collaborato all'ultimo album dei CCCP Fedeli alla Linea, Epica Etica Etnica Pathos), prima per un concerto al Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci di Prato (18 settembre 1992, documentato nel live Maciste contro tutti), poi per una fortunata serie di dischi.


La sigla C.S.I. è un ovvio riferimento ai cambiamenti in atto nell'ex impero sovietico. Come infatti il precedente nome faceva riferimento alla sigla in cirillico dell'Unione Sovietica, così questo fa riferimento alla Comunità di Stati Indipendenti che aveva preso il posto dell'U.R.S.S.
Nel 1993 esce l'album Ko' De Mondo. Si tratta del primo disco per la nuova sigla. Rispetto alla formazione dei CCCP, entrano stabilmente Gianni Maroccolo, Giorgio Canali, Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco (dapprima come corista), mentre abbandonano la compagnia Fatur e Annarella.



Nel 1994 viene pubblicato il live acustico In quiete, registrato da Videomusic.
Linea Gotica del 1996 è scaturito dal dolore per i tragici avvenimenti accaduti in quegli anni nei Balcani.
L'ultimo disco in studio Tabula Rasa Elettrificata arriva primo in classifica mettendo così in crisi l'idea di "gruppo alternativo" (T.R.E. infatti vende 50.000 copie nella sola prima settimana di vendita, conquistando la vetta della classifica italiana).
L'ultimo album in assoluto dei CSI esce nel 1998 ed è La terra, la guerra, una questione privata concerto in onore e a memoria di Beppe Fenoglio, suonato e registrato ad Alba in una chiesa. Il disco, pubblicato in gennaio, viene tolto dal mercato il 1º maggio dello stesso anno
Varie incomprensioni e l'abbandono di Massimo Zamboni porteranno poi allo scioglimento del gruppo e alla nascita dei PGR.

Formazione.

Massimo Zamboni (chitarra - fino al 2000).
Gianni Maroccolo (basso, chitarra).
Roberto Zamagni (batteria - 1992).
Pino Gulli (batteria - 1993-1994).
Francesco Magnelli (tastiere, cori).
Giorgio Canali (chitarra, cori).
Ginevra Di Marco (voce, cori).
Alessandro Gerbi (percussioni - 1993-1994).
Gigi Cavalli Cocchi (batteria - dal 1996).


Album di studio.
1994, 'Ko de mondo' (Blackout).



1996, 'Linea Gotica' (Blackout).







1997, 'Tabula rasa elettrificata' (Blackout).

Unità di produzione

Brace

Forma e sostanza

Vicini

Ongii

Gobi

Bolormaa

Accade

Matrilineare

Mimporta 'nasega


Album dal vivo.
1993, 'Maciste contro tutti' (Virgin Dischi), con Üstmamò e Disciplinatha.
1994, 'In quiete' (Blackout).

Raccolte.
2001, 'Noi non ci saremo Vol. 1' (Blackout).
2001, 'Noi non ci saremo Vol. 2' (Blackout).
2009, 'C.S.I. Consorzio Suonatori Indipendenti', BoxSet 6CD.
2013, 'Vicini per chilometri', BoxSet 5LP + Libro Fotografico (Tannen Records).

Singoli ed EP.
1994, 'Celluloide/Del mondo' (Blackout), promo.
1994, 'A tratti' (Datura remix) (Blackout).
1996, 'Buon anno ragazzi' (Blackout).
1997, 'Tutti giù per terra' (Blackout).
1997, 'Forma e sostanza' (Blackout).
1997, 'Forma e sostanza' (remixes) (Blackout), promo.
1997, 'Matrilineare' (Blackout), promo.
1997, 'Mimporta 'nasega' (Blackout), promo.
2001, 'Noi non ci saremo' (Blackout).

Partecipazioni.
1994, 'Rock targato Italia' (Polydor Records).
1994, 'Black Out' (Blackout).
1994, 'Un mucchio di rock' (PolyGram).
1995, 'Tributo ad Augusto'.
1995, 'Smemoranda penso dunque sono'.
1995, 'Materiale resistente' (Consorzio Produttori Indipendenti).
1996, 'Asfalto - Musica dalla strada'.
1996, 'Légalisation' (Blackout).
1996, 'Battiato non Battiato con E ti vengo a cercare' (poi inserita anche in Voli imprevedibili nel 2004).
1996, 'Jack Frusciante è uscito dal gruppo' (Consorzio Produttori Indipendenti).
1997, 'Tutti giù per terra' (Consorzio Produttori Indipendenti).
1997, 'Tabularara', Venduto in abbinamento al libro 'Fedeli alla linea' di Alberto Campo, Giunti editore, 1997.
1998, 'The different you - Robert Wyatt e noi (Consorzio Suonatori Indipendenti).

Video.
1998, 'Un giorno di fuoco' (PolyGram), VHS.
2004, 'Ko de mondo - Immagini sul finire della terra' (PolyGram), VHS e DVD.
2005, 'In quiete' (PolyGram), VHS e DVD.

Sul 45º parallelo, VHS.
2009, 'Un giorno di fuoco', 'Sul 45º parallelo', DVD con ristampa del CD 'La guerra, la terra, una questione privata'.


Fonte wikipedia.

giovedì 26 settembre 2013

Liars.

L'aftershock della no wave
di Mimma Schirosi



I newyorkesi Liars hanno impresso un nuovo shock "no wave" all'umano torpore delle coscienze, tra invocazioni pagane e ironico cinismo, sul sentiero della deflagrazione sonora. Racconti di urbana follia, dalla fantasmagoria di New York all'essenzialità di Berlino.


Il sistema sanitario degli Stati Uniti d'America, nella fattispecie quello psichiatrico, non è onnipotente, la cultura post-moderna/neo-millennica si nutre, bulimica, di apparenti follie, la tavola dei valori si tras-valuta e l'intellighenzia musicale si avvolge su un delirio compiaciuto. 
I modi di perseguire l'originalità si diversificano: vecchie glorie si rifanno pietosamente il make-up, altre, con sincero coraggio, indossano i segni del tempo, nuove leve emulano con cocciutaggine da asini, i poser non mancano, l'indie-pop a volte diverte, altre fa sbadigliare, i live raramente inducono estasi, l'ascoltatore esigente/emotivo aspetta l'agognato pugno nello stomaco. 
Se è vero che la catarsi passa attraverso una fase di doloroso scuotimento, la cui terapia prevede la somministrazione di incubi angosciosi, immagini raccapriccianti dai quali non distogliere lo sguardo, sinistri ghigni di un maligno che altera la mimica facciale, cigolii di una meccanica inquietante, metamorfosi bestiali, esistono ancora infermieri/fuorilegge che, sfuggendo al controllo di un'autorità viscidamente politically correct, periodicamente tornano a trafficare con la macchina dell'elettroshock. I Liars, come demoni ex machina risaliti dalle viscere della terra, vengono a dosare le scariche sonore sforando il fabbisogno quotidiano di endorfine e/o superando lo stato di calma che diviene, nella migliore delle ipotesi, caduta irresistibile in una spirale di oscura psichedelia vicina all'ottundimento

Come un'entità che scivola, incolume, nella pelle del drago più incandescente, l'allampanato Angus Andrew,
Angus Andrew
insieme con il chitarrista e percussionista Aaron Hempill, il bassista Pat Noecker e il batterista Ron Albertson, inizia a spaccare il timpano di una New York escatologicamente delirante millennaristiche fobie nel 2000, con l'album They Threw Us All In A Trench And Stuck A Monument On Top

Il sistema musicale, intorpidito e ammansito, dopo le remote, ormai sfocate follie no wave, è afferrato, strizzato, scosso, alla stregua di un modesto colletto bianco intristito dal rimpianto dei giovanili fulgori. La morfologia liarsiana si staglia, infatti, come una cospirazione al sonno delle umane coscienze, una foga cieca ed esoterica, a tratti super-ominica, per la gran carica fisica e il potenziale di scuotimento psichico presente già dal primo album.




In They Threw Us All in a Trench And Stuck non esistono sorrisi, semmai ghigni beffardi, non c'è raggio di sole, ma solo scuri occhiali da sole che proteggano dall'invasione dello stesso, dimentichiamoci sconti di pena, perché la realtà è presa, capovolta, rigirata, accusata, sadicamente seviziata con surreale sdegno. 
Immediatamente il furioso richiamo al pubblico, distratto dal bailamme delle umane stupidità: Angus Andrew, sempre più adirato, in un crescendo sinistro, urla "Can you hear us? Can you hear us? Can you hear us?", sostenuto dall'urto frontale di una batteria che tutto sp(i)azza ("Grown Men Don't Just Fall In A River Like That"). A seguire, il mister X, emblema della medietà, viene aggredito di spalle dalla scheggia punk-funk di "Mr You're On Fire, Mr", con un piglio alla Red Hot Chili Peppers in versione spiritata e funambolica.



Una fiera belva alla This Heat si aggira umorale e pronta all'attacco in "The Garden Was Crowded And Outside", esibendo il lato più acido di sé nell'omaggio/campionamento al graffio delle ESG ("Tumbling Walls Buried Me in Debris with ESG"). 
L'efferato basso funk, alternato da schitarrate finto pop, irrompe nella stanza dei bottoni con "We Live NE In Compton" chiuso dalla lunga catatonia in visionario e intimo soliloquio inaccessibile all'altrui orecchio di "This Dust Makes This Mud", traccia della durata di 30, angosciosi minuti circa. 


Liars, 'Fins to make us more fish-like'. 2002.
Alimentando il clamore dell'esordio, i Liars incidono l'Ep Fink To Make Us More Fish Like che, insieme a una riproposizione di "Grown Men Don't Fall In The River, Just Like That", ospita la corsa urgente di "Pillars Were Hollow And Filled With Candy So We Tore Them Down" e la sprangata schizoide di "Everyday Is A Child With Teeth"; nello stesso anno pubblicano lo split Atheists Reconsider, piccolo gioiellino d'energia e deflagrazione condivise, attraverso la reciproca coverizzazione, con gli Oneida, altro prodigio della scena newyorkese di inizio millennio. 
La sensazione è di germinale stato confusionale, immediatamente dichiarato dai Liars in "Rose And Licorice", per poi esser sbattuto in faccia all'ascoltatore dagli Oneida ("Privilege") che, con "Fantastic Morgue" si preparano alla dannazione punk della cover di "Every Day Is A Child With Teeth". I Liars, da virtuosi dell'irriverenza, recitano con provocatoria nonchalance la filastrocca di "All in All In A Careful Party" e combinano alienanti stralci di conversazione esasperati sino all'ossessione dai rintocchi di uno xilofono compulsivo ("Dorothy Taps The Toe Of The Famil"), rimandando a certe turbe della personalità di discendenza Death In June
Julian Gross
Dopo due anni di ulteriore avanzata verso l'abisso più allucinato, un cambiamento nella line-up (la fuoriuscita di Noecker e Albertson e l'entrata di Julian Gross alla batteria) e due Ep, We No Longer Knew Who We Were, brillante di cinico punk-funk ("I Hate Stupid Phones") e spintoni punk n' roll ("Every Two Hours With A Ducks Fan") e There's Always Room On The Broom, contenente i due inediti "Skull & Crossbrooms" (breve e strumentale), e "Broom"(ennesimo passo tratto dal breviario dei mantra), arriva il nuovo trip: l'ossessione della stregoneria, il limite dell'eresia, l'allucinogeno più macabro, mescolati in una pozione letale, generano They Were Wrong So We Drowned
Il colore è sempre più oscuro e frazionato in particelle rosso cupo, pulsanti ipnotica attrazione. Il disco si apre con piglio industrial, echeggiante passi di un rituale di iniziazione massonica in piena narcosi, perfettamente resa dal vigore delle percussioni di Hempill ("Broken Witch"). L'entità Pop Group apre e rivolta l'aria con il semi-ululato di "There's Alwais Room On The Broom", mentre, sull'altare della cultura, si sta per celebrare il rito dei mantelli neri intorno a "We Fenced Other Houses With Bones of Our Own", dalla litania metropolitana ("Fly, fly, the devil's in your eyes... shoot... shoot"). 










Albe seguenti sabba notturni, guardano, sul ciglio, il baratro oceanico ("Read The Book That Wrote Itself"). Racconti di urbana follia girano nel vortice stordente di "They Took 14 For the Rest Of O", prima che un inaspettato organo segni la chiusura/filastrocca floydiana ("Flow My Tears the Spider Said"). 

La bellezza del secondo album viene ulteriormente enfatizzata dall'uscita di un altro suggestivo Ep, accompagnato dalla realizzazione di tre video: We Fenced Other Gardens With The Bones Of Our Own, contenitore di "Sex Boy", cover dei Germs resa scheggia impazzita, simile a una camicia di forza strappata con foga, e "The Fountain And Its Monologue", inumano strumentale di eco lontane, "disturbate" da sotterranei percuotere.




L'effetto impressionante di They Were Wrong So We Drowned viene confermato da un lungo tour che tocca anche l'Italia. La sensazione di rapimento, già suscitato dai lavori in studio, diventa inesorabile cooptare nel live. Andrew non nasconde l'esagitata e iconoclasta personalità, presentandosi in completi/pigiama mille righe su un palco che diventa quasi la gabbia di uno zoo, da cui sbraitare e divincolarsi, arruffianandosi un pubblico estasiato dall'energia primitiva e letale. 

Il tutto lascia presagire nuove bestialità che culminino nell'irrazionale, definitiva perdita del controllo, nella beffarda lobotomia di ogni stupidità. Ciò che accade, invece, è inaspettatamente più ponderato: agli inizi del 2006 esce Drum's Not Dead, album segnato e concepito da un netto cambio di residenza, che sposta il baricentro della ricerca dalla fantasmagoria di New York all'essenzialità di Berlino. 
Come sradicandosi da un luogo che ha perso tutta la sua naturalità, il gruppo sembra compiere un atto di profonda introspezione, realizzando un lavoro che, stavolta, nasce dall'alto del corpo. L'approccio parte da una genealogia ancora ancestrale del mondo, quasi animato, nelle sue zolle più profonde, da un paganesimo celebrato sulle percussioni, paganesimo che trova, tra le sue divinità, Drum e Mt Heart Attack. Le due entità convivono in un dinamismo dialettico, dalla cui tensione hanno luogo le terrestri vicende, viste, dalla profondità dei creatori, come rifrazioni di un unicum illusorio, ingannevole per chi vi sguazza dentro. 
Ad anticipare l'atmosfera vulcanica di Drum's Not Dead, i due Ep It Fit When I Was A Kid e The Other Side of Mt. Heart Attack; nel primo, oltre a un remix della title track, trova posto il punk-industrial di "Frozen Glacier Of Mastadon Blood" e l'avvitamento di bulloni di "Bingo! Count Draculuk". In The Other Side Of Mt Heart Attack, oltre ai due remix della title track e di "Drum And The Uncomfortable Can", squarcia le fondamenta il martello pneumatico dell'inedito "Do As The Birds, Eat The Remains".





E, finalmente, è Drum's Not Dead: l'incipit si trascina dietro un'aura alla "Amnesiac", confusa in un orizzonte troppo dilatato, portata quasi all'estasi dalle percussioni ("Be Quiet Mt. Heart Attcak") che, occupata la scena, richiamano, alla stregua di flauto magico, anche il cantato, in un'unica, angosciosa invocazione ("Let's Not Wrestle Mt. Heart Attack").






Come ingaggiata da un'imminente, cosmica lotta di sumo, arriva Drum, ammorbando l'aria della sua presenza altrettanto potente e determinante le sorti del conflitto: la voce si fa allucinato e lento declamare su un tappeto sonoro al rallentatore ("A Visit From Drum"). Sfiorando una psichedelia vicina al marchio Mercury Rev, avanza "It Fit When I Was a Kid", giocata sulla schizofrenia di un ego capace di mutare voce e stato d'animo, in corrispondenza di percussioni e pianoforte, come un'identità sospesa tra la veglia e il sonno.



Introdotta da un cantilenare ossessivo, torna Drum, evocata con drogato coinvolgimento ("Hold You Drum"), interrotta da un piccolo, oscuro ammonimento a Mt Heart Attack, e sostenuta dalla spinta emozionale di "Drum And The Uncomfortable Can". 



Dopo il crepuscolare tribalismo alla Virgin Prunes di "You, Drum", si chiude con la stupefacente sorpresa di una pacata, lisergica ballata dedicata a Mt Heart Attack ("The Other Side Of Mt. Heart Attack"), momento di rilascio tensionale, successivo alla discordia.




Dopo, solo silenzio: lo sguardo si posa, attonito, sulle macerie dell'erosione e, spaventato, rifugge l'attrazione a guardare diritto negli occhi il delirio latente nell'ombra terribile e destabilizzante dell'umana ragione. 
La coscienza offesa dall'andazzo generale delle cose brama, invece, nuovi accessi di collera che, alla stregua di movimenti tellurici, tutto distruggano e ogni cosa rimescolino, piegando l'auto-convinzione d'onnipotenza del sistema alla consapevolezza della propria miseria, e mutando la falsa casualità in terribile destino.

Giunti sulla linea di demarcazione tra Eros e Thanatos, pare che con Liars (2007) la band
Liars, 'Liars'. 2007
newyorkese abbia scelto un controverso limbo, costruito sull’illusoria convinzione di "essere dentro" al sistema, convinzione, però tentata dai più angosciosi, terrificanti e catartici incubi, che a volte ritornano in tutta la loro forza demistificatrice ("Leather Prowler"), a volte si sciolgono su catatoniche chitarre disturbate da sinistri rumori di fondo ("What Would They Know"), altre sfondano la zolla più coriacea del sistema nervoso con un pestare la batteria alla stregua di un divertissement con il martello pneumatico ("Pure Unevil"), per poi inseguire il miraggio di ciò che è stato immediatamente prima, adesso confuso da una nuova appartenenza alla realtà che ne sfoca la vista ("The Dumb in the Rain").

La ricerca di un unicum smarrito prosegue con l'inaspettato chitarrone hard-rock che tenta di restituire una maggior immediatezza al lavoro ("Cycle Time") e un'intro di finta tenebra voodoobilly smarritosi su un alt-rock non troppo gonfio ("Freak Out").
In chiusura, quasi a dimostrare di non aver rinnegato un certo, fortunato passato, un ritorno al punk funk più acido e psichedelico, alla They Were Wrong So We Drowned ("Clear Island"), e una ballata in bianco e nero per organo, batteria, voce ed effetti, capace di anticipare certo bramoso mood autunnale ("Protection"). 
La capacità di rimescolare abilmente il tutto per tirarne fuori gli incubi più attraenti e, allo stesso tempo, sedurli sino alla catarsi, anche scegliendo la strada di una più ostica eterogeneità, ci restituisce un disco inaspettato, più complesso di quanto sembri e libero dall’ansia di assurgere a definitivo capolavoro.
'Sisterworld', Liars. 2010
Nei tre anni che separano Liars da Sisterworld (2010), la calma apparente con cui li avevamo lasciati lascia il posto a tensioni che, come ribollire vulcanico, emergono prepotenti. "Scissor" è il pericoloso strumento che si muove nelle mani di un uomo affetto da disturbo di personalità multipla ("I found her/ With my scissor/ This heart fell/ To the round/ I'm supposed to save you now/ But my hands are freaking out"), la cui alternanza di stati d'animo è efficacemente resa dall'intro dolente e messianico, alla maniera di un ambiguo, nuovo Re Lucertola, per poi esplodere nel falsetto percussivo di Angus e tornar nei ranghi della gravità di un organo. Laddove "Barrier No Fun" lascia il retrogusto di una festa, seppur mesta, nella quale il senso d'alienazione viene ricamato nell'aria da un violino à-la Tuxedomoon, "Drip" è rituale cigolante, ambient mefistofelica, cerimonia oppiacea per pochi adepti.
La no wave citazionista di se stessa e la nevrosi scoppiano tutte nella follia omicida di "Scarecrows On A Killer Slunt", atto di feroce salvezza da esistenze inconsapevoli della propria mediocrità, come reca il ritornello finale ("How can they be saved from the way they live every day?"), condito da distorsioni à-la Throbbing Gristle, per poi andare a passeggiare con i Radiohead nell'Ade denso di sottili polveri sulfuree ("Drop Dead"). Servito il dancefloor avvezzo a ballare i Liars (e quanto è liberatorio!) con "The Overachievers", si chiude con materiale onirico tratto dalla più narcotica delle evanescenze ("Too Much Too Much).



Il sogno potrebbe essere anche terminato. O potremmo illuderci che lo sia. In fondo, l'importante è non tentare d'aggirare l'Apocalisse, ma starci al gioco senza pretendere di vincerla. La presunzione del bene potrebbe nullificare quanto la banalità del male. E i Liars, ancora una volta, dimostrano d'esserne consapevoli.


'Wixiw', Liars. 2012.
WIXIW (2012), sesto album in studio per la Mute, generato in un non-luogo isolato dal delirio urbano - quasi come a prenderne le distanze per studiarlo con maggior distacco - e registrato a Los Angeles, conferma la capacità di modificare la forma senza alterare troppo la sostanza di quella che, da sempre, resta un'oscura poetica del post-Apocalisse. Smembrando l'ossatura dell'album è immediatamente percettibile un uso privilegiato dell'elettronica, che stavolta diventa matrice fondamentale e sempre più contigua al mood dei più recenti Thom Yorke & co., talvolta in un contrasto più vischioso, netto e sofferto nella tensione e nella pulsione ("No. 1 Against The Rush"), in altri casi apparentemente più accostabile a quell'incedere etereo, per poi rivelare una forza di gravità ben più pesante ("Who Is The Hunter"), sino ad aprirsi a una tessitura più leggera e consanguinea ("His And Mine Sensations"). 




Se l'esperienza primordiale dei Liars affonda le proprie radici in una serie prolungata di scosse d'assestamento, successive all'apice della scala no-wave, gli anni trascorsi dall'esordio ripescano dal torbido del più oscuro post-punk, complice la co-produzione di Daniel Miller, storico fondatore della Mute, che fa salire il panico sino al ricordo angoscioso del ghigno malefico di Johnny Rotten nella preziosa scatola di metallo ("A Ring On Every Finger", "Brats").
La fedeltà a se stessi resta inalterata e memorie sfocate dell'antico mood visceralmente catartico e alienante à-la-Drum's Not Dead tornano ad affacciarsi e rivendicare la storica importanza ("Octagon"). Malgrado il rilascio tensionale, nella title track la fame d'aria non passa e si dilata in un confuso, avvolgente incubo circolare, scandito da un fragile mantra, epicamente recitato dai rintocchi sui piatti. L'inquietudine della quiete - ché mai nessuna quiete è realmente tale - cala il sipario su quella che non è una fine, ma l'ennesima, enigmatica suggestione ("Annual Moon Words"). Una fragilità desolante permea l'intero album, e messi da parte i sabba e le ossessioni monocordi è forse, come mai prima, nuda, offrendo all'ascoltatore la possibilità di rifugiarsi negli spigoli di un'architettura mentale complessa e seducente.

Album.




Fonte ondarock.it

lunedì 9 settembre 2013

Massimo Volume, 'Aspettando i barbari'.

Massimo Volume, la copertina del nuovo album Aspettando i barbari,

Meno di un mese all'uscita del nuovo album dei Massimo Volume. "Aspettando i barbari", questo il titolo del nuovo disco della band di Emidio Clementi, uscirà infatti il primo ottobre. Giorno dopo giorno, arrivano nuove informazioni sull'album. Dopo l'annuncio di Gipi come regista del primo video, arriva la copertina dell'album.

Si tratta di un quadro di Ryan Mendoza, che i Massimo Volume presentano così: «Due sorelle si abbracciano in quello che una volta si sarebbe definito un interno borghese. Una ha il capo riverso sulla spalla dell’altra, gli occhi chiusi, l’atteggiamento di totale abbandono. La sorella la tiene stretta a sé, protettiva. Ha lo sguardo vigile, come se fosse stata attratta di colpo da un rumore, da qualcosa che fra un attimo spezzerà l’intimità della scena».



Fonte: www.rockit.it


Chi sono i 'Massimo Volume'?


I Massimo Volume sono un gruppo rock italiano nato a Bologna sul finire degli anni ottanta, scioltosi nel 2002 e riunitosi nel 2008.



Bio.

Esordi
A fine anni ottanta Emidio Clementi -detto Mimì nato a Ascoli Piceno, 20 febbraio 1967- e Gabriele Ceci realizzano un demo registrato da Umberto Palazzo, con i Maggie's Farm.

« Era il 1991, al tempo provavamo in cantina con un'attrezzatura infame, avevamo solo due vecchi amplificatori, così per poter sentire il suono dicevamo in continuazione: Massimo volume, alza al massimo volume. »
-Emidio Clementi-

Il nucleo originario del gruppo si forma a Bologna nell'inverno del 1991 da studenti universitari. La compagnia era composta da un ragazzo appassionato di scrittura originario di San Benedetto del Tronto (Emidio Clementi), un rocker reduce da alcune esperienze musicali con Alison Run, Ugly Things e Aut Aut (Umberto Palazzo), una batterista (Vittoria Burattini) e un chitarrista (Gabriele Ceci). Attivi politicamente nelle occupazioni del Pratello, nel 1992 registrano un demotape che include quattro brani, chiamato il Demo Nero per il colore della sua copertina, suscitando subito interesse negli addetti ai lavori. Già da questo lavoro collabora il DJ Pappa Rodriguez, reduce da Radio Alice e pioniere dell'hip hop con i suoi scratch.
Nel 1993 Palazzo esce dai Massimo Volume per fondare il Santo Niente. Viene sostituito da Egle Sommacal, che nel frattempo continua la sua esperienza musicale iniziata nel 1991 con i Detriti.



Nel 1993 firmano per l'etichetta discografica indipendente Underground Records e pubblica l'album d'esordio, Stanze, realizzato insieme al produttore artistico Manuele Giannini (Starfuckers, Sinistri). Particolarità è lo stile poetico, parlato e non cantato. Quella che è diventata una peculiarità del gruppo è originata dal fatto che Emidio Clementi non sapeva cantare e nessun altro nel gruppo si sentiva di farlo.



Lungo i bordi
Nel 1994 le major notano il gruppo e, in marzo, vengono messi sotto contratto dalla Wea. Sotto licenza di questa etichetta pubblicheranno il secondo lavoro discografico, Lungo i bordi (Polygram), uscito nel 1995. La produzione artistica viene affidata a Fausto Rossi (Faust'O), da sempre modello per Clementi e soci, per il suo modo di fare fuori dagli schemi del mercato. Il disco contiene tra l'altro i brani Il primo Dio (dedicata al poeta bolognese Emanuel Carnevali ed inserita da Walter Gatti tra le migliori canzoni italiane di sempre nel suo libro Cosa Sarà), Fuoco fatuo, Pizza Express, che segnano l'inizio della produzione della Mescal. Con tale album i Massimo Volume iniziano ad essere considerati un importante gruppo della scena alternativa italiana: il lavoro ottiene un grande successo di critica e di pubblico, presente sempre più numeroso ai concerti del gruppo.





Nello stesso anno, un brano di Clementi e Sommacal chiamato Una buona scusa per andarmene viene inserito nella compilation Soniche avventure.




Il 31 dicembre 1996 i Massimo Volume presentano i brani dell'album in uscita dopo pochi mesi, Da qui, con un concerto al Link in una Bologna immersa in una tormenta di neve. Al nuovo album collabora un nuovo chitarrista, Metello Orsini. Il produttore artistico è l'ex Lounge Lizards Steve Piccolo.
Nel 1997 alcuni membri dei Massimo Volume partecipano al disco Infrantumi degli Starfuckers: Clementi in In minor meno, Burattini in Di me e Sommacal in Di marmo.



L'anno seguente Clementi e Sommacal sono ospiti del disco Io sono l'angelo di Giancarlo Onorato, ex frontman degli Undergroung Life. Sommacal partecipa anche al brano Mostar, inserito in Tempo di vento di Lalli (1998). Nello stesso periodo, Clementi propone i suoi reading accompagnato da Egle Sommacal e da Marcella Riccardi.
Nel 1999 Metello Orsini lascia il gruppo.

Club Privè
Nell'ottobre del 1999 esce il quarto album, Club Privé, che vede la partecipazione di artisti come Manuel Agnelli degli Afterhours (alla produzione) e Cristina Donà. Anche a questo disco collabora Steve Piccolo. In quest'anno si aggiunge alla formazione del gruppo Dario Parisini, ex Disciplinatha, che uscirà nuovamente l'anno dopo per dedicarsi al progetto Post Contemporary Corporation.






Il gruppo cura poi la colonna sonora del film Almost Blue di Alex Infascelli, con brani editi e inediti.
Nel 2001 i Massimo Volume eseguono da vivo il brano Esercito di santi, proveniente dalle sessioni di Da qui, che rimarrà inedito sino alla pubblicazione di Bologna (novembre 2008). 



Nello stesso anno la band collabora al disco Closet meraviglia di Cesare Basile, in cui viene reinterpretata la canzone Qualche cosa lì fuori.



Intanto il gruppo inizia a lavorare ad alcuni brani (tra cui Esercito di santi), che avrebbero dovuto essere presenti nel successivo disco. Tuttavia, il 28 gennaio 2002 la band annuncia il proprio scioglimento.
Negli anni successivi, i diversi membri del gruppo continueranno la propria carriera separatamente: Vittoria Burattini collabora con i Franklin Delano (band della ex Massimo Volume Marcella Riccardi) e con Moltheni; Clementi collabora con Perturbazione, Ulan Bator, Circo Fantasma, Riccardo Sinigallia, Manuel Agnelli; Egle Sommacal intraprende una carriera solista che lo porta a pubblicare l'album Legno nel febbraio 2007 e collabora con numerose band.

La reunion
I Massimo Volume dal vivo al Traffic Festival 2008.
Il gruppo si riforma in seguito alla richiesta del Museo del Cinema di Torino (in collaborazione con il Traffic Festival) di sonorizzare il film La caduta della casa Usher' di Jean Epstein.
Tornano a suonare dal vivo il 12 luglio 2008, per un concerto speciale come supporto di Afterhours e Patti Smith nell'ambito del Traffic Festival di Torino. In questa occasione esordisce in formazione il nuovo secondo chitarrista, ossia Stefano Pilia. Partecipano il 10 agosto seguente al festival Frequenze Disturbate di Urbino.
Nel settembre 2008 la reunion diventa definitiva con l'ingresso della band nella Estragon Booking di Alessandro Ceccarelli, incaricato di organizzare un tour. Così nel periodo ottobre-dicembre di quell'anno i Massimo Volume intraprendono un tour in tutta Italia. Il 10 dicembre 2008 la band è protagonista di Magazzeno Bis, show radiofonico trasmesso su emittenti come Radio Città del Capo, in cui sono presenti interviste e brani live tratti dal concerto all'Estragon di Bologna.
Nel periodo maggio-giugno 2009 i Massimo Volume suonano a Lugano, Bruxelles e Lussemburgo. In estate proseguono l'attività live, eseguendo anche brani che stanno componendo per il nuovo album. Nel frattempo viene annunciata l'uscita di un disco dopo l'estate. Il 28 agosto 2009 esce il primo album live, Bologna Nov. 2008 (Mescal/EMI). Si tratta della registrazione del concerto tenuto il 7 novembre 2008 a Bologna.




Il 15 ottobre 2010 è uscito per La Tempesta Dischi l'album Cattive abitudini. Viene realizzato il videoclip del brano Fausto (regia di Anna De Manincor). Tra il novembre 2010 e il febbraio 2011 intraprendono il tour promozionale di Cattive abitudini.





Nella stessa settimana viene pubblicato il libro Tutto Qui – La storia dei Massimo Volume (Arcana Editrice), biografia ufficiale del gruppo scritta da Andrea Pomini.
Il 15 aprile 2011 esce per La tempesta uno split EP realizzato assieme ai Bachi da pietra e contenente 4 brani: un inedito per ciascun gruppo, Un altro domani per i Massimo Volume e Stige 11 per i Bachi da Pietra, e una reinterpretazione ciascuno scambiata reciprocamente (i Massimo Volume interpretano Morse e i Bachi da pietra Litio). Viene realizzato anche il video di Un altro domani, diretto da Annapaola Martin.
Nel settembre 2011 vengono premiati con il KeepOn 100% Live nella categoria "Miglior gruppo live".



Aspettando i barbari
Il 13 giugno 2013 comunicano tramite un video pubblicato su YouTube e sul sito ufficiale del gruppo che in ottobre sarà dato alle stampe il nuovo album Aspettando i barbari. Il singolo di lancio dell'album, intitolato La cena, viene diffuso il 20 settembre attraverso un videoclip realizzato dal fumettista Gipi. Il 1° ottobre uscirà l'album Aspettando i barbari.



Fonte wikipedia

Voglio approfondire: ondarock.it -Massimo Volume-