Gli Alice in Chains, personalmente, li ho sempre visti vicini alla scena hard/heavy, forse per i loro tour insieme a gruppi della scena metal, o per gli arrangiamenti, più sofisticati rispetto alla media del "Seattle sound".
Nei primi anni 90 la stampa musicale ed il mondo discografico infilò nel calderone grunge chiunque suonasse alternative rock (l'esempio dei Blind Melon e degli Spin Doctors è abbastanza palese), più per creare un movimento che per vicinanza stilistica, mettendo sotto contratto un altissimo numero di bands.
Anche tra i padri del genere spesso i punti di contatto non sono moltissimi, basti pensare alle enormi differenze tra Nirvana e Pearl Jam.
Gli AIC hanno percorso un tragitto tormentato, chiuso (reunion a parte) da un tristissimo epitaffio; la tragica fine di Layne Staley.
Partiti da un hardcore al rumor bianco, gli Swans sono approdati a una singolare fusione tra battito "industrial" e atmosfere gotiche. Raccontando storie di violenza urbana e alienazione, morte e redenzione.
Estremi, violenti, inquietanti, gli Swans sono una delle leggende dell'alternative rock. Partiti da un rock dissonante al rumor bianco, sono approdati negli anni a una forma di ambientazione gotica e spettrale, fondata su esplosioni di chitarre e melodie ammalianti, percussioni "industriali" e atmosfere rarefatte, oltre che sul contrasto tra la voce da zombie del chitarrista Michael Gira (sorta di Bowie dell'oltretomba) e quella da sirena della cantante Jane Jarboe. Le loro storie sono ritratti crudi e desolati, manifesti musicali sulla violenza metropolitana delle grandi città statunitensi, sul degrado, sull'alienazione. Visioni allucinanti di una vita vissuta all'estremo, proprio come quella di Michael Gira: cresciuto a Los Angeles quasi senza famiglia, fu detenuto a lungo in istituti di correzione per atti di vandalismo, furti e aggressioni. Drogato fin da bambino, a dodici anni era già completamente dipendente dall'Lsd. A tredici anni scappò di casa e si stabilì a Los Angeles, dove cominciò a suonare. Un'infanzia segnata, che resterà la chiave psicologica della sua opera.
Gli Swans nascono a New York nei primi anni '80, dalle ceneri dei Circus Mort, su iniziativa di Gira (autore anche di un Ep omonimo, sorta di combinazione "industrial" con il nascente dark europeo) e di Johnatan Kane. Il disco d'esordio, Filth (1983), vede anche la partecipazione di Roli Mosimann, Norman Westberg e Harry Crosby. E' un'agghiacciante rappresentazione della violenza di una megalopoli come New York. Accordi laceranti si combinano con dissonanze e cacofonie industriali in un caos sonoro che non lascia scampo. Un'ambientazione resa ancor più angosciante da brani quali "Stay Here", che fonde le allucinazioni dei Chrome e le orge chitarristiche dei Sonic Youth, "Blackout", sostenuto da una batteria ossessiva, "Power For Power", voodoobilly al ralenty, fino al crollo finale di "Gang", dove una cantilena sgangherata sembra quasi mimare l'ultimo spasimo di un moribondo.
Il sound brutale degli Swans ottiene i primi consensi nel giro "alternative" e viene ribattezzato "boom music" per una sua caratteristica peculiare: quel ripetere assordanti "bum" strumentali sui vocalizzi del leader. Come nel caso dei Pere Ubu, la loro "danza moderna" non è che l'epitaffio della società industriale, ridotta a brandelli e incapace di offrire scampo a un'umanità alla deriva. Già in occasione del secondo album Cop (1984), Gira rimane l'unico membro originario della band, che non muta il suo canovaccio sonoro: clangori industriali si fondono con un ritmo macabro, con le sciabolate delle chitarre e la voce da zombie del cantante. Il calvario di Gira si snoda attraverso pannelli surreali come "Half Life", "Clay Man", "Your Property" o "Job", che affondano in voragini di desolazione, raccontando di un'umanità meccanizzata e agonizzante.
Il 1985 è un anno-chiave. Dopo l'Ep Crawled (in cui spicca la lisergica "I Crawled", che riecheggia "The End" dei Doors), è la volta di Greed, album fondamentale per storia degli Swans, perché segna l'ingresso nella band di Jane Jarboe, compagna fin da allora di Gira, che suona al piano e lo accompagna al canto. Una presenza femminile che servirà a redimere lo spirito dannato di Gira, rendendo le sonorità del gruppo meno dure anche se sempre tragicamente gotiche. Con questa formula, gli Swans si trasformano in una band più matura. Il loro nuovo sound è sospeso fra furore noise e malinconia folk, creato bilanciando pieni (le esplosioni di chitarra, le percussioni industriali) e vuoti (le melodie ammalianti, le atmosfere rarefatte), e alternando la voce cavernosa di Gira e quella suadente di Jarboe (discepola della scuola di Lydia Lunch, Diamanda Galás, Exene Cervenka). "Sono sempre stata un'anticonformista, una outsider, uno spirito-libero, un'iconoclasta – racconta la cantante di Atlanta -. Ho conosciuto Michael in modo curioso: stavo cuocendo al forno dei biscotti nella cucina di mia madre nel 1983, quando ‘Power for Power' dall'album 'Filth' degli Swans fu trasmessa alla radio del college locale. Ho chiamato la radio e ho domandato chi erano e dove avrei potuto ottenere l'album. Ho suonato quell'album all'infinito. Scrissi all'indirizzo sul retro copertina, ed entrai in contatto con Michael Gira, che m'invitò a New York per ascoltare le prove degli Swans. M'innamorai di lui e mi trasferii a New York".
Greed è un'opera meno apocalittica delle precedenti, ma ugualmente inquietante, con rintocchi di piano in stile horror e la voce ammaliante di Jarboe a declamare storie di perdizione e morte, come "Nobody", "Fool" e "Stupid Child". Un discorso ripreso un anno dopo con Holy Money, dedicato al tema del potere e del denaro, in cui le atmosfere funeree si abbinano a una singolare predilezione per un rock da camera più atmosferico ("Another You", "A Hanging", "Fool"). Gli Stooges del capolavoro "I Will Fall" si trasformano, nelle piece di Gira, in vampiri di un mondo efferato e senza pace.
Dopo la parentesi degli Skins (progetto parallelo del duo, nel segno di una musica mistica vicina ai Popol Vuh), Gira e Jarboe tornano con gli Swans, per firmare il loro capolavoro: Children Of God (1987). A suonare è ora un ensemble allargato, costruito sull'asse Gira (canto e tastiere) - Westberg (chitarra) - Jarboe (canto, pianoforte e chitarra acustica). Il tema-cardine del disco è il binomio peccato/redenzione: la sottomissione alla divinità è vissuta attraverso una religiosità morbosa e opprimente. Non è mai Dio a parlare (salvo l'eccezione di "Trust Me"), bensì i suoi fedeli ("children"), protagonisti di un calvario che si snoda attraverso pannelli surreali, sospesi tra il più cupo espressionismo e le atmosfere ancestrali di una fiaba senza tempo.
Clangori ossessivi di batteria introducono la declamazione baritonale di Gira nell'iniziale "New Mind", che suona subito come una profezia senza scampo: "The sex in your soul will damn you to hell". Ma a dissipare gli spettri della dannazione provvede subito l'angelica Jarboe, che intona la litania onirica di "In My Garden" sullo sfondo di un delicatissimo accompagnamento di piano. "Our Love Lies" è un altro saggio del canto delirante di Gira, quasi un orco moribondo, che blatera parole sconnesse in un registro profondo e monocorde.
Sullo stesso schema, ma con l'aggiunta di un coro mortifero finale, è costruita anche "Sex, God, Sex", in cui la devozione a Dio si fa addirittura abnegazione sessuale. E se il sesso era la via alla dannazione di Gira in "New Mind", per Jarboe diventa invece una irrefrenabile tentazione in "Blood And Honey" ("We'll lie down in the warm green grass/ And the sun will shine on our pale shape/ Our blood will flow black in the dirt/ And a black rose will grow where we laid"). Carne e sangue si uniscono in un rituale nero, in cui il canto gregoriano di Jarboe è accompagnato da una melodia dal sapore mediorientale e dalle sonorità thrilling dell'oboe. Ma la devozione a Dio può trasformarsi anche in una overdose di estasi religiosa, come ammonisce Gira in "Like A Drug", un'altra delle sue allucinazioni, affollata di effetti horror alla Siouxsie e scandita su ritmi meccanicamente "metallici", con il coro finale ("Sha-La-La-La") che trasforma un innocuo versetto nel più agghiacciante degli incubi.
Gira cerca allora un po' di requie nella ninnananna di "You're Not Real", con arpeggi di chitarra a far da compagnia al suo baritono, sempre più sconsolato. E' solo un attimo, prima che la tempesta della dannazione torni a tuonare sulle note di "Beautiful Child" ("I will kill the child/ The beautiful child/ This is my life/ This is my choice/ This is my damnation"), in un crescendo grandguignolesco. E quando la tensione è arrivata ormai allo spasimo, ecco apparire la sacerdotessa Jarboe a chiuderci gli occhi ("Close your eyes/ And close in around me/ Say you'll do anything for me") e ad avvolgerci nella melodia tenerissima di "Blackmail", in un'oasi di quiete eterna. E' Dio a parlare nella successiva "Trust Me", esortando i suoi fedeli a un atto di fede e d'amore. Ed è un amore "reale" ("Real Love", con Gira a supplicare Dio di porre fine al suo calvario: "Take me down/ Into the cold dead earth"). Ed è un amore "cieco" ("Blind Love", con Gira a interpretare Cristo, "cold dead man" che vince la morte e risorge dalla tomba). A fugare definitivamente gli spettri di cui è affollato il disco provvede l'invocazione solenne della title track, in cui il coro ripete ossessivamente il suo inno di salvezza: "We are special/ We are perfect/ We were born in the sight of god/ Our suffering bodies will suffer no more/ We are children/ Children of God". Ma dietro la redenzione degli Swans si cela sempre l'ombra della morte.
Children Of God è un album tragicamente gotico, improntato a un pessimismo "cosmico" in cui solo a tratti si infiltrano purissimi i raggi di sole dispensati dalla vestale Jarboe, discepola della scuola oscura di Siouxsie, Lydia Lunch, Diamanda Galás ed Exene Cervenka, ma dotata di un soprano che suona insieme arcano ed emozionante, soffice e solenne. E' il disco che segna la svolta degli Swans: dal brutale nichilismo degli esordi a sequenze sonore compiute, che mantengono tuttavia intatta la loro originalità. Ne è conferma anche 12" "Love Will Tear Us Apart", cover in due versioni del classico dei Joy Division.
I dischi successivi confermano il nuovo corso più folk e "medievaleggiante" degli Swans. Per Burning World (1989) la formazione si arricchisce del basso di Bill Laswell, della chitarra di Nicky Skopelitis, del violoncello di Garo Yellin, del sitar di Ravi Shankar e di percussionisti orientali. Il tema è sempre quello della perdizione dell'uomo, preda dei suoi peccati e della sua sfrenata voluttà (sesso, denaro, potere). Un repertorio che caratterizza anche Ten Songs For Another World (1990) di The World Of Skin, il "side project" del duo.
Love Of Life (1992) può contare su un brano come "Her", sorta di ballata in tre parti, la prima con il vocione di Gira supportato da un arpeggio di chitarra, la seconda con una chitarra ossessiva e la cadenza marziale della batteria, la terza con la voce di Jane Jarboe quattordicenne, incisa un'estate di tanti anni prima. E il disco prosegue sospeso tra fiabe ipnotiche ("The Sound Of Freedom") e rituali più oscuri ("In The Eyes Of Nature"), in una sorta di dolente percorso di autocoscienza.
Ambizioso, ma forse meno riuscito, Soundtracks For The Blind(1996) si avvale di nuovi musicisti, come Larry Mullins alle percussioni e al vibrafono (session-man per Iggy Pop), Vudi (degli American Music Club) alle chitarre e Joe Goldring (dei Toiling Midgets). L'elettronica d'avanguardia alla Klaus Schulze si combina con i suoni lunghi e dilatati della chitarra; suoni che sono a tratti ambientali, in altri momenti più rumorosi e distorti. L'apice dell'album sono i sedici minuti del requiem di "Helpless Child", che conferma Gira nei panni di profeta nero di un'era glaciale prossima ventura.
Escono poi The Great Annihilator (con William Rieflin dei Ministry alla batteria), che riecheggia atmosfere care ai concittadini Sonic Youth, e Omniscience. Poi la fine. Swans Are Dead, come recita il loro ultimo album. Terminata l'avventura musicale, Gira e Jarboe pongono fine anche alla loro storia sentimentale. "Michael e i suoi manager si erano accorti che la band era diventata passiva — ha spiegato Jarboe -. Michael voleva fare qualcosa al di fuori degli Swans, la band era diventata uno sforzo troppo grande". Le nuove produzioni firmate Gira (i dischi registrati come The Angels of Light, ma anche quelli prodotti per Ulan Bator e US Maple) e Jarboe (o meglio, The Living Jarboe) si riveleranno ancora valide. E l'influenza degli Swans si spiegherà con evidenza su un nugolo di musicisti votati a miscelare suoni elettro-industriali, metal e noise, come Scorn, Skin Chamber, Godflesh, ma anche Nine Inch Nails e Ministry.
Tutti ricchi debitori di un gruppo che invece, nel 1999, celebrerà con ironia i propri fallimenti commerciali, nella raccolta Various Failures.
Dopo la parentesi degli Angels Of Light, quasi asorpresa Gira torna a rispolverare gli Swans. E My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky riassume tutto il Gira degli ultimi anni di iato della sua creatura prediletta: le sue varie dimensioni di ideatore, bandleader, talent-scout, produttore e compositore confluiscono in questo lavoro, riuscendo a suonare ancora una volta veramente terrificanti e a far emergere l’uomo-Gira in composizioni dirette.
Forte del fedelissimo Norman Westerberg, dell’infaticabile Bill Rieflin alla batteria, ma anche di una piccola delegazione degli Angels Of Light (Phil Puleo, Thor Harris), degli efficaci featuring del multistrumentista newyorkese Brian Carpenter, e persino dei cameo di Grasshopper dei Mercury Rev (al mandolino) e dell’ex-figlioccio Devendra Banhart (in “You Fucking People Make Me Sick”), è la creatura più meditata, contraddittoria, auto-indulgente di Gira, e non solo degli Swans. Tra reunion e disco di un ensemble piramidale, una prova di adorazione, di auto-totemismo. Vi confluiscono spunti che provengono da ogni quando e ogni dove, ultimi per cronologia quelli di “I Am Not Insane”, una compilation di demo registrate dal solo Gira e fatte uscire in edizione limita per l’ovvia Young God (quivi gli scheletri delle presenti, tutte tranne “You Fucking People Make Me Sick”, che appartiene più a Angels Of Light e Akron/Family che ai veri Swans). Non ha una grande profondità, né particolari volontà di redenzione o dannazione, ma una semplice espansione di un suono-anima.
*Due anni dopo, The Seer, sancisce con una certa ufficialità l'entrata nella quarta era della band. Presentato con una certa pompa come il culmine degli Swans, la cui lavorazione è durata trent'anni e il cui materiale non è ancora finito, è di fatto il loro quarto doppio album, un po' il nuovo Soundtracks for the Blind. Qui però compaiono anzitutto grandi, intomorenti brani fiume, come la toccata e fuga di 32 minuti della title track (il suo record), la pura soundscape di "Piece of the Sky" (19 minuti), gli epici 21 minuti di "The Apostate".
Il ritorno alle origini è sancito da brani come "Mother of the World", in testi ridotti a formule, nelle ripetizioni maniacali e negli effetti elettronici sfasanti, e da momenti irrazionali come "93 Ave. Blues". Due ore zeppe di visioni, iperboli, tsunami sonici, e anche di contrasti in termini di durate, stili e orchestrazioni, la cui aura mitica è sancita da uno stuolo di ospiti e collaboratori, e da una reunion di lusso con la compagna di avvenure Jarboe. Il loro punto terminale astratto.*
Contributo di Michele Saran ("My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky", "The Seer")
Michael Gira presenta "The Seer" (a due anni quasi esatti da "My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky") in pompa magna, persino specificando che non si tratta della loro opera conclusiva o del loro canto del cigno. Nondimeno, i dubbi sono fugati: siamo entrati ufficialmente nella quarta era Swans. Il respiro stavolta è imponente, persino intimorente, quasi nulla imparentato con l'album precedente che, in confronto, suona come una prova generale. È un po' il "Soundtracks For The Blind" del caso, un enorme calderone d'idee sviluppate, elaborate e rielaborate negli anni, che impressiona più per l’insieme che per le singole componenti. Più che le geniali, creative frammentazioni di quel disco, "The Seer" è però piuttosto proteso a brani di durate fiume e a lunghe progressioni pantagrueliche. Soprattutto, il disco vive di accostamenti grotteschi, appunto nelle durate ma anche nell'organico (dal soliloquio spettrale di un minuto a un tutti apocalittico di mezz'ora), finanche nello stile, dalla ballata folk al torrente wagneriano. I testi rinunciano alla verbosità del predecessore e come un tempo si riducono a formule magiche ripetute ad libitum. Come da suo modus operandi, Michael Gira ha dapprima preparato i pezzi a mo' di demo acustico e poi ha speso anni nell'arrangiarli (anche se non è dato sapere come sia riuscito a concepire questi grandi poemi con la sola chitarra non amplificata).
La title track (trentadue minuti), strutturata come una sorta di toccata e fuga, si apre infatti su di un bailamme che evoca allucinazioni di cornamuse, percussioni, mandolini alla rinfusa, come se Krzysztof Penderecki o Glenn Branca avessero dato una versione apocrifa delle loro orchestre, o - di contro - i Red Crayola avessero preso ad atteggiarsi a compositori classici. La "fuga" comincia con un duetto tra un banjo lontano e una pressa industriale, chiamando a sé droni elettronici, batterie aggiuntive, chitarre blues in sospensione, vocals vaganti, accordi di archi. È il brano più massificato di Gira, il suo record di presenze, che nel climax raggiunge un trepestio colossale. Quando muore, lascia dapprima una lunga agonia di colpi e rimbombi cavernosi, che "accelera" in senso doom, e poi produce un vuoto blues di echi scuri, armonica, slide, musique concrete. L'appendice, non così essenziale, è un baccanaledissoluto, un Tom Waits che fronteggia i Velvet Underground.
La stessa morbosità innerva i diciannove minuti di "A Piece Of The Sky": un'intro elettroacustica, pioggia concreta e pioggia elettronica, quindi un diluvio di droni vocali Meredith Monk-iani, con un rombo sonico che si fa sempre più cosmico, fino ad agganciarsi a una mareggiata di strumenti a corda e tremoli suggestivi. Improvvisamente tutto si traduce in normale piècepost-rock, fino a recuperare persino il canto in un'ultima serenata sudista, memore del periodo Band di Bob Dylan, e l'armonia torna a regnare. Per metà, il brano resta comunque in un incontaminato limbo non-rock di pura soundscape.
"The Apostate", ventuno minuti, è un altro fulgido esempio di paesaggio sonoro epico, fatto di vibrazioni tonanti, elettricità, scosse, e infine una marcia percussiva e una danza tropicale che accendono la miccia della cacofonia di massa. La ripetizione maniacale di pattern freddamente costruiti dei primi dischi non esiste più, c'è piuttosto una febbrile dispersione di masse acustiche.
Al di fuori dei numeri spettacolosi, il complesso suona innamorato di una forma di minimalismo ansiogeno, come in "Mother Of The World" (dieci minuti), in cui il canto è ridotto al puro respiro, e la sezione ritmica dà una personale idea di "phasing" incontrollato, fino a quando non diventa psichedelia elettronica e baccanale di boccacce blues, a spegnersi in senso acustico e a trovare una fisionomia-canzone (o meglio un ritornello malefico).
La formula si ripete in "Avatar": frustate minimaliste, sciacquio elettronico, recupero della forma-canzone e perdita d'intensità (per poi ritrovarla nella chiusa di boogie demoniaco).
Le oasi acustiche si dischiudono tra un colosso e l'altro, o immediatamente dopo il momento più irrazionale dell'opera ("93 Ave Blues", un pastiche di strumenti strillanti, ondate di voci e percussioni casuali che culmina in una tempesta sonica), come l'adagio dark-folk di "The Daughter Brings The Water", o quando Karen O intona il lamento country-pop di "Song For A Warrior", che fiorisce in un commovente caleidoscopio elettronico. Esattamente a metà via tra ambizione e adeguamento sta il raga leggermente atonale di "Lunacy", una litania in coro che diventa sovrapposizione di timbri metallici fino ad abbassare il volume in un umore sconsolato.
Non è il capolavoro totale degli Swans o - come dice lui stesso con perizia promozionale - di qualsiasi cosa mai registrata, ma un punto terminale col fascino dell'astrazione. Undici composizioni, di cui una è una reprise, album doppio (il quarto della loro carriera senza contare doppi live, doppie antologie, doppie ristampe), due ore straripanti di contraddizioni, visioni, indizi, ripetizioni, iperboli, molli contrasti, tensioni allungate, tsunami sonici che sfociano in altri tsunami sonici. Anche la copertina (dipinto di SimonHenwood) con i denti di Gira in una maschera di volpe-lupo, gli stessi denti che campeggiavano digrignanti nell'artwork di "Filth" (1983) trasmette senza indugio una nuova apologiametafisica. Il compositore l'ha completato, dice, in trent'anni, e non è ancora finito, disco da farsi più che da sentire; vi partecipa uno stuolo impressionante di ospiti, dalla citata Karen O ai Low, da Ben Frost ai fidi Angels Of Light e Akron/Family, soprattutto la rediviva compagna di avventure Jarboe, a completare l'aura mitica dell'operazione, ma anche il turgidocello di Jane Scarpantoni. All'ascoltatore il compito di trarre le conclusioni su una musica che ha perso i connotati del codice e ha acquisito quelli del dubbio. Anticipato dal live "We Rose From Your Bed With The Sun In Our Head", con cui ha finanziato gli alti costi di lavorazione. "The Seer" ("il veggente") è un cortocircuito dello spaziotempo rock. Album completo.
Il cantautore americano si esibirà in un’attesa data unica a Bologna il prossimo 18 febbraio.
E’ il principe dei cantautori lo-fi venuti fuori negli anni Novanta. Con il moniker Smog ha pubblicato tredici lavori, tra i quali si segnalano almeno i capolavori “Wild Love”, “The Doctor Came At Dawn”, “Knock Knock” e “Supper”. Dal 2007 pubblica dischi con il suo nome di battesimo. “Apocalypse”, risalente a due anni fa, con la sua voglia di affrancarsi dai confini del folk e dell’alt-country, è stato da più parti inserito tra i migliori titoli del 2011.
Il nuovo disco, “Dream River”, è in uscita su etichetta Drag City il prossimo 16 settembre e conterrà 8 brani definiti dalla stessa label come i «più sensuali e viscerali» dell’intera discografia di Callahan.
Intanto il 13 settembre partirà la prevendita per l’attesissimo ritorno live nel nostro Paese di Bill Callahan. L’artista americano si esibirà al Teatro Antoniano di Bologna martedì 18 febbraio 2014.
Avremmo potuto scegliere uno qualsiasi dei 13 album che costellano la sua ventennale carriera, per esempio l’album a 5 stelle Rid Of Me del 1993. Ma la verità è che non riusciamo a smettere di ascoltare questo suo ultimo. Buon caldissimo weekend con PJ Harvey e la sua voce imprevedibile.
PJ Harvey | Let England Shake (2011)
26/07/2013
Polly Jean Harvey (1970), dal Dorset, Inghilterra, è una delle cantautrici più importanti degli ultimi vent’anni. Rock, Blues, Folk, Indie, Elettronica: le sue passioni sono multiformi, il suo universo personalissimo e affascinante.
Let England Shake
Island, 2011 – ★★★★
Dopo White Chalk, un ulteriore passo avanti: un album che rintraccia le radici del Folk inglese e lo fa per di più in senso sociale e politico, affrontando nei testi il decadimento della nazione Britannica nei tempi recenti. PJ imbraccia l’autoharp e diventa una cantante di protesta? Non così semplice, molto di più, complice un sound che unisce mirabilmente antico e moderno in una scrittura ispiratissima. Poco da stupirsi se anche questo disco vince il Mercury Prize.
Ha fatto scandalo con i suoi atteggiamenti provocatori e i suoi testi a luci rosse. Ma adesso PJ Harvey è una cantautrice matura. Storia di una ragazza di campagna sulle orme dei poeti maledetti del rock.
E' la ragazza con le mani più fredde e le labbra più calde che io abbia mai conosciuto.
(Nick Cave)
Ai suoi esordi, quando venne generosamente ribattezzata "la nuova Patti Smith", Polly Jean da Yeovil (Inghilterra) replicò con buona dose di sfrontatezza: "Patti chi?". All'epoca, in effetti, gli echi della poetessa del rock risuonavano prepotenti nell'opera di PJ Harvey. Specie nel timbro della voce, scuro, intenso, piegato dalla violenza viscerale delle emozioni. Uno stile forgiato dalla storia del rock e del blues, ma con un'impronta personale altrettanto marcata.
Per sfondare PJ ha avuto bisogno di effetti speciali. Non tanto sulla musica, quanto sul look. Rossetti scarlatti, mascheroni da dark lady, tute mozzafiato, gonne in finta pelle di leopardo e boa di piume l'hanno accompagnata a lungo nei suoi teatrali concerti, consacrandola femme fatale del rock d'oltremanica. "Era solo una maschera per me - ha spiegato - mi serviva a esorcizzare un momento molto difficile della mia vita. Ma era tutto falso, costruito. Adesso sono cambiata e sul palco mi sento me stessa, come quando vado a fare la spesa".
Più ancora del look e delle pose provocanti, daranno scandalo i suoi testi: una miscela di slogan femministi, angosce religiose e storie a luci rosse, all'insegna di un'ossessiva ambiguità. Qualche assaggio, tanto per iniziare: "Ho giaciuto con il diavolo/ ho maledetto il buon Dio/ rinunciato al Paradiso/ per portarti il mio amore" (da "To Bring You My Love", il suo grande successo del 1995); oppure l'ode alla perdita della verginità di "Happy And Bleeding" (1992); e ancora "Angelene", la storia di una prostituta contenuta in Is This Desire? del 1999: "Amore per denaro è il mio peccato/ Ogni uomo che chiama lo lascio entrare/ Rosa e bianco sono i miei colori/ Ho una bella bocca e occhi verdi". Un repertorio da cantautrice "dannata" che si rifà ai canoni di Tom Waits e, soprattutto, a Nick Cave, vero "alter ego" maschile della Harvey.
Questa volta PJ non può negare: "La prima volta che ho ascoltato un suo disco avevo diciotto anni. Sono rimasta sconvolta dalle sue canzoni e non ho ascoltato altro per molto tempo. La sua musica aveva toccato alcune parti di me in modo così forte... In seguito, sono rimasta scioccata nell'apprendere che era un eroinomane". Superato lo shock, sono arrivati l'incontro tra i due, consacrato nel magico duetto di "Henry Lee" (nell'album di Nick Cave "Murder Ballads"), e una fugace quanto distruttiva relazione (tutte le figure femminili presentate in "The Boatman's Call" sono riferite a lei).
Quella di Polly Jean sembra quasi una storia "di scuola" per una rockstar in erba: una ragazzina magra e nervosa, vagamente disadattata, figlia di genitori libertini, tanto aperti di vedute verso il mondo quanto distratti nell'educazione familiare. In più, aggiungiamo la cornice "oscurantista" del Dorset, profonda campagna inglese, poco incline alle stravaganze. "Ero una ragazzina inquieta e scorbutica che passava molto tempo da sola, a dipingere, costruire oggetti e giocare con gli animali", racconterà la stessa Polly Jean. Ed è la cultura hippy dei genitori, membri del movimento "Flower Power", ad avvicinarla alla musica. Comincia suonando il sassofono in gruppi sperimentali come Bologna e Automatic Dlamini, nel quale incontrerà John Parish, poi suo grande partner artistico. Infine sceglie la chitarra e nel 1991 forma un trio con il bassista Steve Vaughan e il batterista Robert Ellis.
Nel 1992 Harvey pubblica il suo primo album solista, Dry, diviso tra scabrose ballate stile "riot-grrrrl" e confessioni intimiste. La protagonista delle sue canzoni è una ragazza disinibita e sessuomane al limite della ninfomania. Il trucco è quello di colpire l'ascoltatore fin nelle viscere, subissandolo di profferte oscene e di sferragliate di chitarra di urla e di lusinghe, di violenza e di estasi stordendolo con un cocktail sonoro tanto ruvido e depravato quanto, in definitiva, studiato.
Nella traccia iniziale, "Oh My Lover", allora, la provocazione è apertamente "bisex": Polly Jean, piuttosto che rinunciare al suo amante, gli propone di amare lei e la sua rivale allo stesso tempo (e, dietro pose finto-femministe mira quindi apertamente ad accattivarsi il pubblico maschile...). Nel tour de force di "Sheela-Na-Gig", la ferocia dei suoni fa da cornice al ritratto irridente della dea della feritilità della cultura celtica, nella conclusiva "Water" è una sensualità dolente a farsi strada. Supportata dal bassista Stephen Vaughan e dal batterista Robert Ellis, Harvey si propone nei panni di una chanteuse torbida e rabbiosa che sfoga nei suoi soliloqui sessuali tutte le sue insicurezze. Il disco figurerà nella lista degli "imperdibili" per diverse testate specializzate.
Il secondo album, Rid Of Me, prodotto da Steve Albini, cambia rotta spingendosi su sentieri hard-rock e grunge. L'esito non è sempre pienamente convincente, specie quando l'ingenuo fervore di Dry (il cui ritornello "Mi lasci asciutta" è chiaramente da intendersi in termini sessuali) si disperde nell'eccesso di foga degli arrangiamenti. Emerge quantomeno lo humour di Harvey, capace di slogan sardonici, alcuni autenticamente provocatori ("Rub 'Til It Bleeds"), altri francamente improbabili ("Douse hair with gasoline"). Non è granchè d'aiuto anche il canto di Harvey, che si sgola e mugola come un'ossessa tra lamenti, sussusurri e ululati distorti, restando però anni luce lontana dall'epos "mistico" della sua musa Patti Smith. E anche la cover della dylaniana "Highway 61 Revisited" - i cui risvolti "biblici" su amore e orrore sembrano quasi preludere agli argomenti affrontati da Harvey nel suo terzo disco - si rivela un buco nell'acqua. Ma quella di "Rid Of Me" è una rabbia capace di colpire dritto al cuore. E l'inno della title track mostra finalmente una cantautrice matura capace di scandagliare gli abissi della disperazione con la grinta di una blues-girl di razza. Poco dopo la pubblicazione di Rid Of Me esce una sorta di seconda versione de-albinizzata dell'album, 4-Track Demos, che include alcune tracce inedite.
La definitiva consacrazione per la cantautrice del Dorset arriva nel 1995 con To Bring You My Love, prodotto da Harvey, Flood e John Parish, in cui PJ, oltre alla chitarra, suona vibrafono, percussioni e tutte le tastiere. È un grande successo, trascinato dalla sinistra cantilena di "Down By The Water", destinata a diventare la sua canzone più famosa. L'impronta di Nick Cave è profonda nella sceneggiata blues-rock acustica di "C' Mon Billy" e nel delirio psicotico di "Meet Ze Monsta". Tutto l'album è una sorta di sabba, un rituale morboso in cui Polly si abbandona senza ritegno ai suoi demoni sessuali per poi esorcizzarli. Nel frattempo la sua voce si è affinata, riesce a viaggiare su due o tre timbri diversi, a essere insieme grezza e morbida. "Ho cominciato a prendere lezioni di canto nel 1991 - ha spiegato - e la mia insegnante del Royal College di Londra ha provato a impostare la mia voce in modo classico senza preoccuparsi del mio mestiere di rocker. Ho imparato molto cantando pezzi classici, mi ha aperto la mente".
PJ Harvey insomma non si ferma più, spinta dai suoi sogni ("sono così intensi che non riesco a distinguerli dalla realtà") e da un'attrazione fatale per tutto ciò che è travagliato e conturbante, compresi "gli uomini con grandi problemi". Le metamorfosi e le sceneggiate alla David Bowie diventano più rare. Ma nei suoi concerti continua a brillare un istrionico talento per la danza e la mimica. Una fama crescente l'accompagna, trasformandola nell'icona di una generazione "alternative" che si nutre di fumetti pulp e di decadenza metropolitana (post-)grunge. Un successo consacrato nel 1999 con Is This Desire?, classico "album della maturità" in bilico tra ballate noir, rock e techno, come il trascinante singolo "A Perfect Day Elise", che le vale anche un posticino nel palcoscenico mainstream di Mtv.
Ma a dare nerbo al disco sono anche tracce come "The Sky Lit Up", "The River" (dedicata, così come la b-side "Memphis" all'amico scomparso Jeff Buckley) e la stessa dolente title track, biascicata in un registro tremolante carico d'intensità. Affascinata da certi risvolti più "grezzi" e cupi della techno, Harvey accentua il ruolo dei synth, rendendoli finanche funerei, come nella ballata di "The Garden", che potrebbe tranquillamente essere considerata un pezzo "dark".
Is This Desire? segna il vertice del lirismo cupo della cantautrice inglese e la tappa più avanzata della sua maturazione musicale. Smussate le asperità e affinata la verbosità degli esordi, Polly Jean si presenta nei panni di una cantautrice finalmente poliedrica e completa.
Suona come una conferma, seppur parziale, anche il successivo e discusso (la critica lo acclama, molti fan rimangono dubbiosi) Stories From The City, Stories From The Sea, dodici canzoni che affrontano il tema del contrasto tra la frenetica New York e il placido Dorset e che riportano PJ in una dimensione più solare, da songwriter "classica". "Il titolo si riferisce a posti fisici, ma anche mentali, nella mia testa - racconta -. Nel 1999 sono stata sei mesi a New York. Non ero familiare con il posto e mi sono scontrata con una realtà nuova, che ha innescato un processo di apprendimento. È uno dei centri del mondo, un punto d'incontro tra gente, culture, edifici, opere d'arte... C'è una massa di energia che si trasforma artisticamente in sogno. È molto diversa da Londra. New York è molto più terrena, la gente si lascia coinvolgere di più. Londra è più riservata e distaccata". Ne è nato un disco molto più semplice e diretto dei precedenti. Un disco fatto di canzoni sobrie, di ballate e di storie, come "This Mess We're In" (in duetto con Thom Yorke) e "Good Fortune", tanto vibrante da sembrare quasi cantata da Patti Smith in persona.
"Sono canzoni autonome - spiega - piccoli film con un inizio e una fine. Volevo tornare alle radici del songwriting, creando canzoni che fossero in grado di camminare da sole".
Quello che emerge chiaramente in questo disco è che Polly Jean è innamorata e forse per la prima volta si tratta di un amore vissuto in maniera positiva che le fa gettare la sua sfortuna dalla cima di un grattacielo e la fa ballare in tondo ("Good Fortune"), che le fa rincorrere il suo amante, rigorosamente nudo, per tutta la casa ("This Is Love"), che le fa costruire un nido e continuare a cantare ("A Place Called Home").
Ma New York non porta solo un'elettrizzante leggerezza - ne è la prova l'iniziale "Big Exit", ispirata dall'ossessione degli americani per le armi da fuoco. "Rappresenta l'altra faccia della vita della città, che non è solo creatività. Era incredibile sentire le notizie di sparatorie e morti ogni giorno. Nelle prime settimane in cui ero a New York, c'era un folle che spingeva la gente sotto i treni della metropolitana. Ha ucciso sei persone in due settimane, era spaventoso. Poi sono tornata nella campagna inglese, e quella canzone è diventata un modo per confrontarsi con la paura, come buona parte dell'album".
E in tutto questo non poteva comunque non emergere il lato oscuro di Polly Jean. L'album si chiude con "We Float", uno dei picchi nel disco, brano cupo ed oppressivo che spiega quanto "tenere il sorriso che tiene una modella" non sia abbastanza per mascherare la totale mancanza di comunicazione all’interno di una coppia in crisi.
Finito il tempo delle canzoni-shock, frenata la libido irruenta degli esordi, è giunto il tempo della riflessione per questa esile riot-girl di campagna, cresciuta tra vacche, galline e riunioni hippy intorno al fuoco. Oggi vive in un piccolo centro sulla costa inglese, circondata da verdi colline. Frequenta solo un ristretto gruppo di amici. Dice di Londra che è troppo "frantic", frenetica.
Nella vita di questa esile chanteuse dalla pelle bianchissima e dai capelli corvini, tuttavia, non esiste solo il rock. È appassionata d'arte ("a Londra - dice - passo quasi tutto il tempo nelle gallerie") e si cimenta con la scultura: "È il mio hobby fin dai tempi dell'università. Vado a raccogliere materiali sulla spiaggia e poi li utilizzo per costruire qualcosa; è solo un gioco, niente di concreto". L'amore per l'arte figurativa lascia tracce anche nelle sue canzoni: "Il mio metodo di scrittura è fortemente influenzato dalle immagini. Mi immedesimo in un ruolo o in una situazione, come in un film, e poi li metto in musica. Certe volte mi ispiro anche alle foto che scatto". Il suo debito con il cinema PJ Harvey l'ha già saldato con una breve apparizione nel corto di Sarah Miles "A Bunny's Tale", e con l'interpretazione (a dir poco deludente) di Maria Maddalena nel film "The Book Of Life", di Hal Hartley, regista che aveva già utilizzato alcuni suo brani nel film "Amateur" e che dirigerà il videoclip per "Crawl Home" delle Desert Sessions in cui PJ è ospite. Nella pellicola, versione moderna della storia di Cristo, Maddalena è la compagna e la guardia del corpo di Gesù. "È stata un'esperienza straordinaria - racconta - e mi ha aiutato a trovare nuovi stimoli per le canzoni; dopo le riprese avevo sempre qualcosa da scrivere e da trasformare in musica. Ora mi piacerebbe comporre una colonna sonora per un film". Fino a qualche anno fa, sarebbe stato un film porno; ora potrebbe essere anche un noir di David Lynch.
Nel frattempo, oltre alla collaborazione con Nick Cave, ha lavorato con Tricky (nel brano "Broken Homes" contenuta nell'album "Angel With Dirty Faces" e nel quale Tricky omaggia la cantautrice utilizzando alcuni versi di "Oh My Lover" nel brano "Anti Histamine"), Giant Sand (nell'album "Cover Magazine") Pascal Comelade, Marianne Faithfull (cinque delle dieci canzoni contenute nell'album "Before The Poison" portano la firma di PJ Harvey) e con John Parish per il progetto sperimentaleDance Hall at Louse Point (1996). Quest'ultimo rivela Harvey nei panni della blues-girl di razza ("Rope Bridge Crossing", la cover di "Is That All There Is?"), di vestale lugubre alla Diamanda Galas("Taut"), ma anche di feroce rockeuse ("City Of No Sun", "Urn With Dead Flowers") mentre l'acustica "That Was My Veil", primo singolo estratto, e la struggente "Civil War Correspondent" confermano principalmente che PJ ha un'anima.
Siamo nel 2004 quando PJ Harvey torna all'antico con Uh Huh Her, un disco di crudo folk-blues che rimanda ai suoni minimali degli esordi. Polly Jean fa tutto da sola - composizione, produzione, registrazione, missaggio - e suona tutti gli strumenti, con il solo aiuto di Head come assistente al mixer e di Rob Ellis per l'esecuzione delle parti di batteria e percussioni. Ne scaturisce una raccolta di confessioni in lo-fi, attraversata da una vena ironica che si manifesta più in un livore languido (le sommesse rimostranze di "Shame", le minacce sussurrate in "The Pocket Knife") che nelle scenate a luci rosse di un tempo ("Take the cap/ Off your pen/ Wet the envelope/ Lick and lick it" di "The Letter" che non lascia molto spazio alle interpretazioni). Harvey è maturata come musicista-strumentista; la chitarra non è più l'unica arma a sua disposizione: "It's You", ad esempio, sfoggia un bel giro di pianoforte, "Shame" un delicato sottofondo d'organo, "The Slow Drug" pulsazioni trip-hop di synth nel solco di "Is This Desire?", mentre "You Come Through" evoca persino scenari esotici, con i suoi tribalismi africani di xilofono e tastiere. Ma il disco segue sempre la solita strada maestra: un alternarsi di slanci viscerali e ballate dolenti, all'interno delle dodici battute del blues. Ed è una blues-girl di razza quella che intona l'iniziale "The Life And Death Of Mr. Badmouth", propulsa da un riff ossessivo di chitarra. La rockeuse che fa la voce grossa c'è ancora, ed è la protagonista di due degli episodi migliori della raccolta: l'hardcore smargiasso di "Who The Fuck?", lacerato dal canto distorto di Polly Jean e da tre-quattro riff al fulmicotone, e il vigoroso singolo "The Letter", quello che con "Cat On the Wall" sembra più legato all'esperienza "stoner" delle "Desert Sessions" di Josh Homme, alle quali Harvey ha recentemente partecipato. Più spesso, però, Polly Jean preferisce scivolare su un registro dimesso, imbracciando la sua chitarra acustica ("The Desperate Kingdom of Love", lieve e austera al contempo, e "The Pocket Knife", trait d'union con il folk-rock di Stories From The City, Stories From The Sea), oppure tratteggiando scarne ballate come "The End" (dedicata all'amico attore e musicista Vincent Gallo), "The Darker Days Of Me & Him", mesta elegia sul dopo-separazione, e l'assaggio di "No Child Of Mine", brano scritto appositamente per Marianne Faithfull poi incluso in "Before The Poison"...). Una sequenza non priva d'interesse, ma forse troppo lunga per l'armamentario melodico di cui dispone la dark lady del Dorset. I testi sono, al solito, impregnati di un lirismo noir alla Cave, sublimato nella minacciosa "The Pocket Knife". Uh Huh Her è un'istantanea realista dell'attuale PJ: niente più trucchi ma solo la riproposizione di un songwriting un po' autoreferenziale che forse ha il solo torto di aver creato assuefazione nell'ascoltatore.
Intanto si capisce chiaramente che Polly Jean continua la sua salutare relazione sentimentale ma emerge anche un grande errore da parte della cantautrice: quello di essere tanto innamorata da dipendere totalmente dal suo uomo. Errore che si rivelerà fatale con la fine della relazione: White Chalk (il titolo si riferisce ad una suggestiva zona del Dorset) uscito nel settembre del 2007 è un album di completa solitudine, in cui Polly Jean è ormai inerme. Un disco intimista, composto al pianoforte, dove le atmosfere sono chiare sin dalla copertina che vede una Polly Jean in versione "spiritica" con foto che sembrano più santini che forma promozionale. Il disco di una donna sola che si mette a nudo, si piange addosso, senza per questo essere inutilmente drammatica o lagnosa.
Il gruppo c'è, ma si sente poco: ci si accorge appena del clavicembalo, delle tastiere, dell'arpa, di interventi elettronici, e la loro presenza rischia di passare inosservata perché tutto gira intorno al tormento di Polly Jean, mai così nuda in nessuno dei suoi dischi. Un disco di solitudine assoluta: nell'introduttiva ed esaustiva "The Devil" ("As soon as I'm left alone - The Devil wanders into my soul"), nella criptica "The Piano" ("Oh God I miss you"), in "To Talk to You" (lettera aperta alla nonna scomparsa durante le lavorazioni di "Uh Huh Her") e in "Before Departure" (la lettera d'addio di un suicida). Menzione speciale per "When Under Ether", primo singolo estratto, meraviglioso nella sua melodia.
White Chalk è un disco tanto scarno da essere quasi perfetto, manca solo un po' di quella melodia che aveva impreziosito tanto Is This Desire?.
Nel 2006 erano usciti anche Please Leave Quietly e The John Peel Sessions. Il primo è un Dvd pubblicato controvoglia dopo aver ceduto alle pressioni di fan ed etichetta discografica. Non si tratta della registrazione di un unico concerto, ma di un ensemble per far capire allo spettatore quanto sia ripetitiva la vita in tour. Deludenti anche le Peel Sessions che, a causa del noto perfezionismo di PJ, non sono complete e forse presentano addirittura voci "ritoccate".
Nel 2009 la coppia inossidabile PJ Harvey-John Parish, ormai in odor di nozze d'argento, torna all'opera nell'ideale seguito di Dance Hall At Louse Point, non a caso intitolato A Woman A Man Walked By (anche se, per dirla tutta, si tratterebbe d'un immaginario menage a trois completato da Flood, già con loro tredici anni fa). Un album intenso, diretto, salace.
Lo si capisce già dall'opener e singolo "Black Hearted Love", tiro indie anni 90, dimensioneanthemica, quasi Fm. Lo conferma, di filata, "Sixteen, Fifteen, Fourteen", duetto per banjo e chitarra acustica, folk malato e spasmodico, e PJ che risale fino alle più scatenate performance vocali della sua adolescenza.
E se l'autoharp di "Leaving California" e "The Soldiers" rimanda ad atmosfere neo-vittoriane, nell'esplosiva title track Parish ricarica le batterie del suo fregolismo vocale (recitato, gutturale, falsetto, screaming) in una sorta di abbacinante inno post-femminista alla mascolinizzazione che sciama fino alla chiusa electro-percussiva da kabuki psichedelico (denominata "The Crow Knows Where All The Little Children Goes") e sugli stessi toni apocalittici si eleva il paleo-grunge tribale per farfisa e chitarra di "Pigs Will Not". "The Chair" condensa in due minuti e mezzo bassi dub, ritmiche kraut, ripartenze chitarristiche e ascensioni chiesastiche; "April" e "Passionless, Pointless" fondono elettronica downtempo e dream-folk con PJ che mesmerizza la scena come una soprano strangolata nell'abbraccio d'un fantasma dell'opera.
Ed è sempre John Parish, assieme all'altrettanto fido Flood e a Mick Harvey, a co-produrre (e a suonare) quello che a tutti gli effetti può essere considerato il successore di White Chalk.
Let England Shake viene registrato addirittura in una chiesa ma non ricalca le atmosfere di quell'album così scarno e intimista; quell'eterea creatura che bisbigliava, chiusa nella sua solitudine, di diavoli, spiriti e suicidi e che dichiarava il suo amore al natio Dorset, qui termina il suo percorso catartico e ritorna a dialogare col prossimo, sostenuta da un'inaspettata ventata di estroversione.
Liberata dai suoi demoni o impazzita per il troppo struggimento, la voce di PJ Harvey acquista la spensieratezza dell'infanzia. Canta di un argomento universale come la brutalità delle guerre, ma con lo sguardo tenero e al tempo stesso distaccato di una bambina.
Non sono l'angoscia né la rabbia a far da padrone (eccezion fatta per il turbinoso crescendo di "All And Everyone" e per la nervosa "Bitter Branches", uno dei pochi brani, assieme a "In The Dark Places", che forse potrebbe accontentare i vecchi fan). Le sostenute ritmiche acustiche donano infatti un sapore folk e, a tratti, un'atmosfera paradossalmente scanzonata o addirittura buffa, come nella fanfara di "The Words That Maketh Murder".
È un album che sa di antico, quasi di rurale, che culmina appunto con una cadenzata ballata dai toni tradizionali come "The Colour Of The Heart" (in duetto con Parish); ascoltarlo è come sfogliare un vecchio album di fotografie in bianco e nero ingiallite dal tempo, provando a immaginarne i colori, suggeriti qua e là dal jingle-jangle dell'autoharp, che puntella diversi pezzi, dalle sparute incursioni di un sax baritonale, dal campionamento di una tromba che suona l'adunata nella trascinante "The Glorious Land" o ancora dal canto mediorientale che si sovrappone a quello sferzante della Harvey in "England".
Indossato un abito sonoro ormai fuori dal tempo, Pj Harvey assume ormai il fascino di una più classica e matura cantastorie, che per farsi ascoltare non ha più bisogno di gridare, ma lascia parlare le sue canzoni, sorrette da un'accessibilità melodica che mai svilisce la ricercatezza d'intenti.
Contributi di Simone Coacci ("A Woman A Man Walked By") e Stefano Fiori ("Let England Shake")
Fonte: www.ondarock.it
Curiosità.
PJ Harvey in concerto, 2 settembre 2004
Polly Jean "PJ" Harvey (Yeovil, 9 ottobre 1969) è una cantautrice e musicista britannica.
Bio.
Ha registrato dischi da solista sotto il nome di P.J. Harvey, ma ha cominciato la sua carriera come parte di un trio (con ilbatterista Rob Ellis e il bassista Steve Vaughan) anch'esso chiamato PJ Harvey.
Origini.
Figlia di un artigiano e di una scultrice, la Harvey è cresciuta in una piccola fattoria nel Dorset. In giovane età i genitori l'hanno introdotta al blues, jazz e all'art-rock music, che più tardi influenzeranno il suo stile musicale: «Sono cresciuta ascoltando John Lee Hooker, Howlin' Wolf, Robert Johnson, e molto di Jimi Hendrix e Captain Beefheart. Sono stata esposta a tutti questi musicisti molto compassionevoli in tenera età... e questo è sempre rimasto in me e sembra essere tornato in superficie a un'età molto più adulta. Penso che il modo in cui siamo quando cresciamo sia il risultato di quello che abbiamo conosciuto da piccoli», ha dichiarato a Rolling Stone nel 1995. Ha passato anche una fase di ribellione durante l'adolescenza, in cui ha ascoltato artisti più pop come U2, The Police, Soft Cell, Duran Duran e Spandau Ballet, e più tardi nella sua adolescenza è diventata una grande fan delle band indie statunitensi Pixies, Televisione Slint, ma non, come molto critici hanno sospettato, di Patti Smith (un frequente paragone che viene fatto e che la Harvey liquida come "giornalismo pigro"). Più recentemente la Harvey ha detto di essere stata ispirata dalla musica folk russa, dal compositore italiano Ennio Morricone e da compositori classici come Arvo Pärt, Samuel Barber e Henryk Górecki.
Ha studiato sassofono per circa otto anni, e all'inizio della sua carriera ha fornito sax, chitarra e cori a Somerset bands Bologna, the Polekats, the Stoned Weaklings e Automatic Dlamini. All'età di 17 anni ha cominciato a scrivere le sue canzoni e nel gennaio 1991 ha formato l'originale trio PJ Harvey (lei stessa alla chitarra e voce, l'ex-Automatic Dlamini Rob Ellis alla batteria e Ian Olliver al basso, rapidamente sostituito da Steve Vaughan). Il debutto nella pista di skittle dello Sherborne's Antelope Hotel fu così disastroso che il proprietario dovette pregare la band di smettere di suonare perché quasi tutti i clienti avevano lasciato il posto. A questo punto la Harvey aveva anche completato un corso di arte allo Yeovil Art College e stava studiando scultura al Central Saint Martins College of Art & Design di Londra, ancora indecisa sulla sua futura carriera.
Altri lavori.
Oltre alla meglio conosciuta attività musicale, Polly Jean ha anche recitato nel film del 1998 The Book of Life di Hal Hartley, una moderna storia basata sul personaggio di Maria Maddalena, e in un cameo come coniglietta-cantante nel cortometraggio A Bunny Girl's Tale di Sarah Miles. Inoltre è scultrice, e alcuni pezzi sono esibiti alla Lamont Gallery e al Bridport Arts Centre, e ha pubblicato poesie.
Discografia.
1992 - Dry
1993 - Rid of Me
1993 - 4-Track Demos (antologia con inediti)
1995 - To Bring You My Love
1996 - Dance Hall at Louse Point (in collaborazione con John Parish)
1998 - Is This Desire
2000 - Stories from the City, Stories from the Sea
2004 - Uh Huh Her
2006 - The Peel Sessions 1991-2004 (antologia di versioni inedite)
2007 - White Chalk
2009 - A Woman a Man Walked By (in collaborazione con John Parish)
2011 - Let England Shake
Fonte Wikipedia
''Let England Share''
-Album completo-
Let England Shake è un album studio di Polly Jean Harvey conosciuta come PJ Harvey pubblicato nel 2011.
È il suo ottavo disco, senza considerare Dance Hall at Louse Point (1996) e A Woman a Man Walked By (2009) collaborazioni con John Parrish, che comunque partecipa come musicista e produttore ma non viene ufficialmente riconosciuto come co-autore dell'album.
Il disco.
La nascita artistica del disco ha richiesto tre anni circa ma è stato registrato in soli due mesi, tra aprile e maggio del 2010, in una chiesa del XIX secolo nella contea del Dorset in Inghilterra. Quasi un anno dopo, il 14 febbraio 2011 è stato distribuito dalle etichette indipendenti Island Records in Europa, Canada e tutte le altre nazioni e dalla Vagrant Records negli Stati Uniti.
Le tematica principale affrontata nei testi delle canzoni è la guerra, citando in particolare la battaglia di Gallipoli (1915-1916) e i Conflitti arabo-israeliani.
John Parish: cori (in tutte le tracce eccetto 1,7,10), batteria e percussioni (in tutte le tracce eccetto la 10), chitarre (2,3,4,6,9,10,12), trombone (1,2,4,5,8), mellotron (1,7,12), piano Rhodes (1,8,11), , xilofono (1,9).
Mick Harvey – pianoforte (1,6,10), armonica a bocca (1,4,5,8,9), batteria e percussioni (2,4,6,11), organo (2,5,7,8), cori (2–6,8–12), piano Rhodes (3,6), bass (4), chitarra (8,9,11), xilofono (9)
Jean-Marc Butty: cori (3,5,6,8,12), batteria e percussioni (3,6,8,10)
Sammy Hurden: cori (8,12)
Greta Berlin: cori (8,12)
Lucy Roberts: cori (8,12)
Scheda tecnica. Tipo album: studio.
Pubblicazione: 14 febbraio 2011
Durata: 40 minuti e 8 secondi
Dischi:1
Tracce:12
Genere: Alternative rock, Folk rock, Indie rock.
Etichetta:Island Records, Vagrant Records
Produttore:PJ Harvey, John Parish, Mick Harvey, Flood
Registrazione:nel Dorset (UK) tra aprile e maggio del 2010
Formati:CD, LP, Download digitale
Cronologia:Album precedente 'A Woman a Man Walked By' (2009);